La Carovana dei Libri: il coraggioso progetto di Jamila, libraia di Marrakech

IMG_0405[1]

Ce lo racconta Sabrina Maio di ritorno dall’avventura tra montagne e deserto del Marocco

di Sabrina Maio

Diverso è il silenzio in un’oasi, in special modo nelle ore notturne, quando anche le cicale hanno smesso di frinire e si rimane soli  con un silenzio che impatta come il velluto. È un silenzio pesante che narra di venti che trasportano sabbia  tra le palme, e che solcano le montagne e le valli sconfinate del Marocco. Taghjijt è lì, in un’oasi elegante ed accogliente, colma di fiori e palme. Per arrivarci si attraversano le vallate e le montagne del sud ovest del Marocco, zona semidesertica, meno battuta dal turismo di massa che lasciamo ad Agadir col suo oceano, e che ci si presenta invece con la sua terra aspra popolata da arbusti di argan e da sparuti greggi. Per arrivare a Taghjijt si percorre una route lunga e polverosa,  infinita all’orizzonte, che taglia in due le vallate desertiche, dal color lillà per i piccoli fiori di tale colore che riescono a nascerci e sopravviverci, contornate dalla corona di montagne marocchine dal tipico color ocra. Sono ore di cammino solitario, dove al di là delle greggi di capre e dromedari, allo stato brado, si riesce ad intravedere ogni tanto un uomo che vi vaga, apparentemente senza senso, o qualche donna che cerca riparo all’ombra di qualche grande masso. Il villaggio si snoda tra interstizi di oasi ricca di palme, che dà il benvenuto già al suo ingresso, ed agglomerati di case, dove brulica la vita di tutti i giorni tra le botteghe ed i cafè, dove, assiepati, sostano in un apparente eterno gli uomini di Taghjijt che dispensano in modo accorato un bienvenue  al minimo accenno di Salam Aleikum. La strada principale è solcata da furgoncini, motocicli e dai tanti tipici carretti marocchini, ma soprattutto dalle tante biciclette dei ragazzi che vanno a scuola. Loro sono la testimonianza della grande vitalità presente nel villaggio. L’occasione di incontro è la Caravane des LivresL’idea è nata dieci anni fa a Jamila Hassoune , libraia e scrittrice di Marrakech, che grazie ad uno spirito lucido e determinato ha portato avanti  il progetto di distribuire lei stessa i libri presso le comunità rurali in Marocco, in cui l’esigenza della lettura, probabilmente è la meno avvertita al cospetto di problematiche di vita più impellenti. La lungimiranza della Hassoune è consistita proprio in ciò, nel comprendere che al discorso di diffusione della cultura e, ancor di più, nell’instillare la voglia di leggere e sapere di più,si lega indissolubilmente il processo di crescita democratica del suo Paese. E come per tutte le grandi visioni, anche dietro questa di Jamila serpeggia  un immenso amore verso il suo popolo e verso i suoi libri, raccolti ed esposti nella sua libreria nei pressi dell’Università di Marrakech. Come per le altre edizioni la Carovana, con tutti i suoi partecipanti, stranieri per lo più, oltre a portare i libri nelle scuole, ha promosso dei laboratori e dibattiti dai vari contenuti, cercando di entrare in profonda sinergia con i ragazzi e con gli abitanti del luogo. Operazione anche in questa occasione riuscitissima, grazie all’intelligenza spigliata dei ragazzi, all’apporto dei professori e delle associazioni locali che sono state enormemente accoglienti. I ragazzi hanno partecipato attivamente ai vari laboratori a loro proposti, dalla fotografia, alla redazione di articoli e giornali, alla leadership…comunque sempre il tutto incentrato sul discorso dei libri e della diffusione di cultura. I libri raccolti e portati dalla carovana di Jamila Hassoune sono stati donati ai ragazzi ed alla biblioteca delle scuole che hanno potuto così consultarli ed amarli, o imparare ad amarli. Saranno un seme dalla cui pianta potrà nascere o crearsi chissà un futuro migliore per qualcuno di loro. Sarà una finestra che si apre sul mondo, o meglio ancora un passaporto perché cultura e lettura consentono di essere veramente liberi.

Le scuole di Taghjijt sono distribuite in più edifici, divisi, tra i vari gradi d’istruzione, da un enorme atrio polveroso, assolato, in cui spiccano, a contorno dei viali che si intersecano a labirinto, le onnipresenti palme. È un viavai di ragazzi e di professori che ci vengono incontro incuriositi e vagamente intimiditi. Portare libri, oggi, nelle scuole sembrerebbe un’impresa da Don Chisciotte , dato che anche i ragazzi di Taghjijt sono affacciati sul mondo tramite i vari social network e, probabilmente, sono poco disposti alla lettura dei classici della letteratura francese o araba, come i nostri ragazzi. Ma, a ben vedere, chiacchierando con loro, la maggior parte desidera diventare insegnante e viaggiare, conoscere l’ Europa, per cui la conoscenza dei libri e della letteratura diventa indispensabile. Un ragazzo, ad esempio, conosceva Il Principe di Machiavelli, oltre ad altri filosofi europei e me ne parlava, felice di farmi contenta, nominandomi uno scrittore italiano, mentre sfogliavamo insieme testi di Binebine e di Camus. Con un professore di francese abbiamo disquisito di Pasolini e Moravia che conosceva bene. Un ragazzo era rimasto colpito ed emozionato da Bel Ami di Maupassant. Una ragazza dolcissima nel suo elegante abito sahrawi mi ha scritto più volte il suo nome su un quaderno, in perfetta calligrafia araba. Altre ragazzine curiosissime mi hanno invaso di richieste di traduzioni delle loro parole in italiano, conservando poi religiosamente le frasi, forse per poterle spendere in un eventuale rapporto epistolare oltre il Mediterraneo. Molti di loro sono figli di immigrati in Italia e Spagna, ritornati in patria a seguito della crisi e per niente scontenti di ciò. E vivendo con loro in quei giorni, adottandone lo spirito, ne ho compreso e condiviso profondamente anche i motivi. Nei loro sguardi dolci e divertiti al contempo, trapela un enorme curiosità che non sfocia mai in insolenza. Anzi il desiderio maggiore da parte di tutti è di farti essere parte completa del loro mondo. Onorati nell’accoglierti presso la propria dimora, nel farti mangiare il loro cibo con le loro modalità,  nel condividere il lungo rito del tè, accomodati sui cuscini sul pavimento, a raccontarsi le fatiche della giornata passata, sghignazzando sui vari racconti di vita. E si comprende così che la vita è uguale per tutti, a tutte le latitudini, le storie e le esperienze si ripetono. Probabilmente con modalità ed aspettative diverse,  la vita in un contesto rurale è molto meno sovrastrutturata e più vicina ad un concetto puro ed ancestrale di essa. Si vive perché vivere è un dono e lo si fa con immensa gioia perché ogni aspetto di vita, dal più doloroso al più gaio, ne dispensa tanta: la gioia dello stare insieme, del cantare e suonare i ritmi berberi, sopraffatti e storditi dal battere dei tamburi e dal vortice dei loro balli; il vivere ancora in famiglie vaste, in cui tutti danno il loro contributo in termini di attenzione e dedizione all’altro; la cura e l’abbellimento di sé dalla scelta delle stoffe colorate con cui adornarsi al disegno degli occhi con il Kajal e l’henné sulle mani ed i piedi. È ovunque un richiamo alla vita nella sua essenzialità, ma soprattutto nel suo trovare corpo nella dimensione della tribù in un’oasi fertile. Lo è persino per les nomades che accampano con le loro tende nei dintorni, cosi come le due ragazzine  del loro clan conosciute, di età indefinibile e di cui neanche loro ne erano a conoscenza, accorse paradossalmente per dieci minuti di ricarica del loro cellulare dalla nostra auto ferma nel deserto…

Le riflessioni che hanno affollato la mente e le emozioni sono state tante.

Di sicuro è stata l’occasione per vivere uno spaccato di vita che riporta indietro in un’epoca che la mia generazione non ha conosciuto e che ci è stata raccontata da quelle precedenti. Potrebbe sembrare anacronistica, e per certi versi reazionaria, l’osservazione, in chiara contrapposizione gattopardesca, che mi ha indotto a ritenere che probabilmente non dovevamo cambiare nulla per cambiare tutto nella nostra esistenza e recuperare cosi quella dimensione umana che ci spettava.

 

Annunci

Scuole di scrittura: si può veramente insegnare a scrivere?

[…] insieme alla nascita delle scuole di scrittura creativa nacque anche la spinosa querelle che ancora oggi le tormenta: “Ma si può veramente insegnare a scrivere?

[…] la risposta alla domanda rischia di diventare inutile, se non si risponde prima a un’altra domanda: “Ma ci sarà mai qualcuno che in futuro leggerà i libri?

Che le tecniche di composizione del discorso (poetiche e retoriche) costituissero la spina dorsale di qualsiasi opera letteraria, lo avevano già compreso personaggi illustri come Aristotele e Dante Alighieri. Ma la “Poetica” di Aristotele e il “De vulgari eloquentia” di Dante furono il frutto di uno studio induttivo fatto su opere già esistenti, o meglio, un discorso fatto a posteriori su altri già composti (opere metalinguistiche). Nei primi decenni del Novecento, invece, con l’avvento delle scuole di creative writing, prima in America poi in Europa e infine in Italia, le tecniche poetiche sono diventate oggetto di uno studio che, partendo da opere già scritte, mira a formare nuovi scrittori e nuovi poeti.

Così, insieme alla nascita delle scuole di scrittura creativa nacque anche la spinosa querelle che ancora oggi le tormenta: “Ma si può veramente insegnare a scrivere?”.

Sicuramente uno dei meriti principali della creative writing è di aver sfatato del tutto quel luogo comune, tipicamente romantico, dell’artista che scrive sotto l’improvviso effetto dell’ispirazione. Ma il problema grave è che, morto un mito, ne è nato un altro e si è diffusa sempre di più l’idea che: “Tutti possono scrivere romanzi, racconti o poesie; basta entrare in possesso delle tecniche per farlo”.

“If one can “learn” to play the violin or to paint, one can “learn” to write, though no processes of externally induced training can ensure that one will do it well” (Filosofia della Iowa school, prima scuola di scrittura crativa)

Naturalmente i maestri migliori (e più onesti) specificano subito che la conoscenza delle tecniche di scrittura non implica il successo artistico dell’opera che gli allievi hanno intenzione di scrivere, perché, come ci insegna il mondo dell’editoria, per trasformare la nostra opera in un best seller ci vuole “talento” e forse anche qualcosa in più.

“Though we agree in part with the popular insistence that writing cannot be taught, we exist and proceed on the assumption that talent can be developed, and we see our possibilities and limitations as a school in that light. […] We continue to look for the most promising talent in the country, in our conviction that writing cannot be taught but that writers can be encouraged”  (Iowa school)

Proprio la politica editoriale dei best seller e il processo di massificazione della scrittura, inconsciamente promosso dalla creative writing, hanno partorito un’idea malsana di letteratura e in generale di scrittura.

Oggi scrivere un libro è diventato come “vincere un terno al lotto”. Basta una buona idea, imparare le tecniche per scriverla, trovare poi l’aggancio giusto per pubblicarla e il gioco è fatto: il successo (magari anche economico) è assicurato!

In una società oppressa continuamente da mezzi d’informazione, che a ogni ora del giorno comunicano notizie e le interpretano per noi, è naturale che la scrittura diventi un mezzo per affermare il proprio individualismo, per dire “Io” in un mondo che non ci ascolta (l’esempio più evidente è il proliferare dei blog online oppure, più banalmente, pensate all’uso effimero della bacheca di Facebook…).

Ma il paradosso più assurdo è che sempre più persone vogliono scrivere libri anche se, a parte i pochi testi scolastici, non hanno mai letto in vita loro!

“Il primo vero manuale di scrittura creativa sono i romanzi e i racconti degli altri, quelli che ci fanno piangere, ridere, emozionare e anche quelli che ci fanno morire dagli sbadigli. Credo che la maggior parte degli scrittori abbia iniziato a desiderare di scrivere dopo aver letto un libro talmente bello da dire: vorrei averlo scritto io” (Alessandro Perissinotto)

Tutto questo andava anche bene, almeno fino a quando non si è materializzata la crisi economica; fino a quando le librerie non hanno incominciato a chiudere e la risposta alla domanda: “Ma veramente si può imparare a scrivere?” rischia di diventare inutile, se non si risponde prima a un’altra domanda: “Ma ci sarà mai qualcuno che in futuro leggerà i libri?”.

In un articolo uscito qualche mese fa sul “Giornale della libreria” Giovanni Peresson, analizzando i dati ISTAT sulla lettura in Italia, annunciava che dal 2010 al 2011 in Italia sono “morti” 723.000 lettori. Il titolo dell’articolo citato, “Riconquistare il lettore” (Gennaio 2012) è emblematico e mostra l’unica strada percorribile per la sopravvivenza dei libri.

Per “riconquistare il lettore” si potrebbe partire dai corsi di creative writing che da fabbriche di “Scrittori mancati” potrebbero facilmente trasformarsi in officine per la formazione di “Buoni lettori”.

Per “riconquistare il lettore” si potrebbe partire dai corsi di creative writing che da fabbriche di “Scrittori mancati” potrebbero facilmente trasformarsi in officine per la formazione di “Buoni lettori”. Usando un termine preso a prestito da Nabokov:

“Il buon lettore, il lettore ammirevole, non s’identifica con il ragazzo o la ragazza del libro, ma con il cervello che quel libro ha pensato e composto. […] Al lettore ammirevole non interessano le idee generali; ma la visione particolare. Gli piace il romanzo non perché gli permette di inserirsi nel gruppo (per usare un diabolico luogo comune delle scuole avanzate); gli piace perché assorbe e capisce ogni particolare del testo, gode di ciò che l’autore voleva fosse goduto, sorride interiormente e dappertutto, si lascia eccitare dalle magiche immagini del grande falsario, del fantasioso falsario, del prestigiatore, dell’artista. In realtà, di tutti i personaggi creati da un grande artista, i più belli sono i suoi lettori”.

Piuttosto che scrivere un nuovo ciclo dei Rougon Macquart, chi termina un corso di creative writing si accosta ai libri come non ha mai fatto prima, cioè con occhio competente, perché è entrato in possesso degli strumenti necessari per gustarli a fondo. Allora perché non incentivare un “Corso di formazione per lettori competenti” e passare dall’Io della scrittura al Noi della lettura?

Una lettura che possa aiutare ad abbattere le barriere dell’alienazione sociale, a stabilire un contatto sincero con i propri simili, una lettura capace di riscoprire il senso originale della parola “Humanitas”. In questo modo la cultura non sarà più vista come elemento di distinzione, ma di coesione sociale.

frame