Intimiditi, isolati, collusi, reticenti: ecco l’identikit dei giornalisti in Campania nell’inchiesta parlamentare sui rapporti tra mafia e informazione

I dati 2015 forniti dalla Commissione Parlamentare Antimafia ci collocano al secondo posto in Italia per numero di minacce ai danni dei giornalisti; fa da contraltare lo sviluppo di un “mercato giornalistico editoriale” messo in piedi da organizzazioni mafiose e che vive soprattutto sul web 

di Elvira Sessa

Con i suoi 20 episodi di minacce ai danni dei giornalisti dall’inizio del 2015, la Campania si colloca al secondo posto della classifica delle regioni italiane più a rischio per la libertà di stampa. Al primo posto spicca il Lazio con 26 episodi, seguono, al terzo, la Puglia e la Lombardia con 18.foto

È questo il quadro che emerge dalla relazione dell’on. Claudio Fava, approvata lo scorso 5 agosto dalla Commissione Parlamentare Antimafia (clicca qui per il testo integrale, per la Campania v. in particolare da p. 33 a p. 38).

La relazione espone i risultati dell’inchiesta condotta dalla Commissione Parlamentare Antimafia sui rapporti fra mafia e informazione da luglio 2014 a luglio 2015, con 34 audizioni di esperti e di giornalisti che hanno subito intimidazioni, minacce e ritorsioni a causa del loro lavoro.

Nella nota metodologica del rapporto si legge: Il piano di lavoro del Comitato ha inteso mettere a fuoco soprattutto alcuni profili: le diverse modalità in cui si manifesta la violenza o l’intimidazione nei confronti dei giornalisti; la molteplicità di cause, riferibili immediatamente alle organizzazioni criminali o legate ad altri soggetti (esponenti delle comunità politiche, gruppi di potere economico o finanziario), che pretendono il silenzio sui loro legami collusivi; le conseguenze degli atti di violenza o di intimidazione sulla qualità complessiva dell’informazione (l’isolamento dei giornalisti minacciati, l’autocensura delle vittime, le censure imposte dagli editori o dai direttori); la diffusione geografica del fenomeno, con un’attenzione particolare ai territori in cui queste conseguenze (silenzi, isolamento, censure e autocensure) si manifestano in modo più evidente; la sostanziale invisibilità di questa violenza, diffusa ma spesso ignorata o minimizzata dagli stessi organi di informazione (per distrazione, per rimozione o per convenienza); il caporalato giornalistico e la marginalità professionale della maggior parte delle vittime (freelance, lavoro nero, pagamenti a cottimo a tariffe indecorose) che le rende particolarmente deboli di fronte agli atti di intimidazione. E che rappresenta il più sottile tra i tentativi di condizionamento (…)”

Dall’inchiesta emergono le due facce del rapporto tra mafia e informazione: a fronte di giornalisti giovani, motivati, scrupolosi, quotidianamente a rischio e senza contratto, vi è in Campania un vero e proprio “mercato giornalistico editoriale” creato dalla malavita e difficilmente stanabile per la sua natura magmatica, e non solo per questo. Lo ha chiarito Antonio Polito, già direttore del Corriere del Mezzogiorno, ascoltato in audizione il 19 novembre 2014: “C’è stata, contemporaneamente, una crisi delle organizzazioni editoriali tradizionali, cioè quelle gerarchizzate… un direttore, un vicedirettore, un redattore capo, avvocati a cui rivolgersi in caso di bisogno. Oggi aprire un blog, una radio locale, una televisione locale è la cosa più facile al mondo. Può farlo chiunque, figuratevi se non può farlo un potere criminale più o meno forte. Dal punto di vista industriale, quindi, la possibilità è molto maggiore. […]Aggiungo che anche dal punto di vista culturale il fatto che la società meridionale, non dappertutto ma soprattutto in alcune zone, è intrisa di rapporti con l’illegalità rende perfino esistente un mercato giornalistico editoriale per questo tipo di informazioni. Immagino che andremo sempre più verso forme di informazione dedicate a una nicchia: la società camorristica è una nicchia di un certo peso nella realtà sociale del nostro Mezzogiorno. Oggi, alcuni comportamenti mafiosi sono addirittura dei modelli sociali. È fuori discussione che, per esempio, nella città, nella zona di Napoli la subcultura camorristica abbia penetrato il mainstream culturale”.

Buona lettura.

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Scuole di scrittura: si può veramente insegnare a scrivere?

[…] insieme alla nascita delle scuole di scrittura creativa nacque anche la spinosa querelle che ancora oggi le tormenta: “Ma si può veramente insegnare a scrivere?

[…] la risposta alla domanda rischia di diventare inutile, se non si risponde prima a un’altra domanda: “Ma ci sarà mai qualcuno che in futuro leggerà i libri?

Che le tecniche di composizione del discorso (poetiche e retoriche) costituissero la spina dorsale di qualsiasi opera letteraria, lo avevano già compreso personaggi illustri come Aristotele e Dante Alighieri. Ma la “Poetica” di Aristotele e il “De vulgari eloquentia” di Dante furono il frutto di uno studio induttivo fatto su opere già esistenti, o meglio, un discorso fatto a posteriori su altri già composti (opere metalinguistiche). Nei primi decenni del Novecento, invece, con l’avvento delle scuole di creative writing, prima in America poi in Europa e infine in Italia, le tecniche poetiche sono diventate oggetto di uno studio che, partendo da opere già scritte, mira a formare nuovi scrittori e nuovi poeti.

Così, insieme alla nascita delle scuole di scrittura creativa nacque anche la spinosa querelle che ancora oggi le tormenta: “Ma si può veramente insegnare a scrivere?”.

Sicuramente uno dei meriti principali della creative writing è di aver sfatato del tutto quel luogo comune, tipicamente romantico, dell’artista che scrive sotto l’improvviso effetto dell’ispirazione. Ma il problema grave è che, morto un mito, ne è nato un altro e si è diffusa sempre di più l’idea che: “Tutti possono scrivere romanzi, racconti o poesie; basta entrare in possesso delle tecniche per farlo”.

“If one can “learn” to play the violin or to paint, one can “learn” to write, though no processes of externally induced training can ensure that one will do it well” (Filosofia della Iowa school, prima scuola di scrittura crativa)

Naturalmente i maestri migliori (e più onesti) specificano subito che la conoscenza delle tecniche di scrittura non implica il successo artistico dell’opera che gli allievi hanno intenzione di scrivere, perché, come ci insegna il mondo dell’editoria, per trasformare la nostra opera in un best seller ci vuole “talento” e forse anche qualcosa in più.

“Though we agree in part with the popular insistence that writing cannot be taught, we exist and proceed on the assumption that talent can be developed, and we see our possibilities and limitations as a school in that light. […] We continue to look for the most promising talent in the country, in our conviction that writing cannot be taught but that writers can be encouraged”  (Iowa school)

Proprio la politica editoriale dei best seller e il processo di massificazione della scrittura, inconsciamente promosso dalla creative writing, hanno partorito un’idea malsana di letteratura e in generale di scrittura.

Oggi scrivere un libro è diventato come “vincere un terno al lotto”. Basta una buona idea, imparare le tecniche per scriverla, trovare poi l’aggancio giusto per pubblicarla e il gioco è fatto: il successo (magari anche economico) è assicurato!

In una società oppressa continuamente da mezzi d’informazione, che a ogni ora del giorno comunicano notizie e le interpretano per noi, è naturale che la scrittura diventi un mezzo per affermare il proprio individualismo, per dire “Io” in un mondo che non ci ascolta (l’esempio più evidente è il proliferare dei blog online oppure, più banalmente, pensate all’uso effimero della bacheca di Facebook…).

Ma il paradosso più assurdo è che sempre più persone vogliono scrivere libri anche se, a parte i pochi testi scolastici, non hanno mai letto in vita loro!

“Il primo vero manuale di scrittura creativa sono i romanzi e i racconti degli altri, quelli che ci fanno piangere, ridere, emozionare e anche quelli che ci fanno morire dagli sbadigli. Credo che la maggior parte degli scrittori abbia iniziato a desiderare di scrivere dopo aver letto un libro talmente bello da dire: vorrei averlo scritto io” (Alessandro Perissinotto)

Tutto questo andava anche bene, almeno fino a quando non si è materializzata la crisi economica; fino a quando le librerie non hanno incominciato a chiudere e la risposta alla domanda: “Ma veramente si può imparare a scrivere?” rischia di diventare inutile, se non si risponde prima a un’altra domanda: “Ma ci sarà mai qualcuno che in futuro leggerà i libri?”.

In un articolo uscito qualche mese fa sul “Giornale della libreria” Giovanni Peresson, analizzando i dati ISTAT sulla lettura in Italia, annunciava che dal 2010 al 2011 in Italia sono “morti” 723.000 lettori. Il titolo dell’articolo citato, “Riconquistare il lettore” (Gennaio 2012) è emblematico e mostra l’unica strada percorribile per la sopravvivenza dei libri.

Per “riconquistare il lettore” si potrebbe partire dai corsi di creative writing che da fabbriche di “Scrittori mancati” potrebbero facilmente trasformarsi in officine per la formazione di “Buoni lettori”.

Per “riconquistare il lettore” si potrebbe partire dai corsi di creative writing che da fabbriche di “Scrittori mancati” potrebbero facilmente trasformarsi in officine per la formazione di “Buoni lettori”. Usando un termine preso a prestito da Nabokov:

“Il buon lettore, il lettore ammirevole, non s’identifica con il ragazzo o la ragazza del libro, ma con il cervello che quel libro ha pensato e composto. […] Al lettore ammirevole non interessano le idee generali; ma la visione particolare. Gli piace il romanzo non perché gli permette di inserirsi nel gruppo (per usare un diabolico luogo comune delle scuole avanzate); gli piace perché assorbe e capisce ogni particolare del testo, gode di ciò che l’autore voleva fosse goduto, sorride interiormente e dappertutto, si lascia eccitare dalle magiche immagini del grande falsario, del fantasioso falsario, del prestigiatore, dell’artista. In realtà, di tutti i personaggi creati da un grande artista, i più belli sono i suoi lettori”.

Piuttosto che scrivere un nuovo ciclo dei Rougon Macquart, chi termina un corso di creative writing si accosta ai libri come non ha mai fatto prima, cioè con occhio competente, perché è entrato in possesso degli strumenti necessari per gustarli a fondo. Allora perché non incentivare un “Corso di formazione per lettori competenti” e passare dall’Io della scrittura al Noi della lettura?

Una lettura che possa aiutare ad abbattere le barriere dell’alienazione sociale, a stabilire un contatto sincero con i propri simili, una lettura capace di riscoprire il senso originale della parola “Humanitas”. In questo modo la cultura non sarà più vista come elemento di distinzione, ma di coesione sociale.

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Lettori: una specie in estinzione?

“La nostra ambizione è quella di creare una comunità (online), un popolo di felixiani, per riscoprire il piacere di leggere e fare cultura, insieme”

In uno scritto del 2007 (La letteratura in pericolo, Garzanti Elefanti) il critico Tzvetan Todorov cercava una risposta a questa domanda:

Che cosa può la letteratura?

Uno dei motivi principali per cui Todorov ha deciso di scrivere il saggio citato è semplice: oggi sempre più persone pensano che la letteratura non serva a niente.

Ammettiamolo: leggere è diventato faticoso.

Perchè bisogna leggere? E’ solo una perdita di tempo!

Perchè annoiarmi leggendo un libro, quando posso vedere la televisione?

Perchè mio figlio deve studiare la letteratura, quando può concentrarsi su altre materie sicuramente più importanti?

Lo dice anche la politica: la cultura è bella, ma non paga!

Di questo passo forse finiremo con il rimproverare la Chiesa: “L’indice dei libri proibiti era una santa cosa, perchè l’avete soppresso?”.

“La missione del Blog dell’“Associazione Felix cultura” vuole essere proprio questa: portare i libri, o meglio l’amore per i libri, a tutti”

Mentre queste domande ogni anno uccidono sempre più lettori, Todorov ha voluto indagare le cause che hanno generato quest’avversione nei confronti dei libri.

La sua conclusione è che: “La letteratura è stata ridotta all’assurdo

“Leggere poemi e romanzi non porta a riflettere sulla condizione umana, l’individuo e la società, l’amore e l’odio, la gioia e la disperazione, ma su nozioni critiche tradizionali o moderne. A scuola non si apprende che cosa dicono le opere, ma che cosa dicono i critici”. Todorov parte dalla scuola, da metodologie didattiche sbagliate, per arrivare al mondo delle Università, dei critici letterari e infine degli scrittori stessi. Oggi “Letteratura” significa studiare le tecniche con cui si fa letteratura. Di conseguenza la bravura dello scrittore non si basa più su ciò che riesce a trasmettere al lettore, ma sul numero di citazioni con cui ha intessuto la sua opera o su quanto il suo pensiero riesce ad essere nichilista o solipsista. Non solo i lettori, ma tutti gli addetti ai lavori hanno perso di vista la centralità del testo letterario.

In questo modo i libri sono legati soltanto alle logiche di mercato degli editori. Insomma tutti possono scrivere un libro, basta che il libro scritto faccia vendere tante, tante, ma proprio tante copie alla casa editrice che lo pubblica.

Riscoprire l’importanza della letteratura significa riavvicinare il pubblico ai libri e insegnare la differenza tra “libro spazzatura” e “libro di qualità”. Per fare questo è necessario prima di tutto rispondere alla domanda iniziale: “Che cosa può la letteratura?”.

“La letteratura può molto – dice Todorov – può farci comprendere meglio il mondo e aiutarci a vivere. […] l’orizzonte ultimo di tale esperienza non è la verità, ma l’amore, forma suprema del rapporto umano. […] Pensare e sentire adottando il punto di vista degli altri, esseri umani o personaggi letterari, è il solo modo per tendere all’universalità”. Attraverso la lettura si sviluppa lo spirito critico: il lettore impara a pensare con la propria testa e non con quella delle pubblicità, delle trasmissioni televisive o dei giornali. La letteratura può diventare una cura per la società. Per questo bisogna “Incoraggiare la lettura con ogni mezzo, compresa quella di libri che il critico di professione considera con una certa condiscendenza, se non addirittura con disprezzo, dai Tre moschettieri a Harry Potter: non solo questi romanzi popolari hanno avvicinato alla lettura milioni di adolescenti, ma hanno anche permesso loro di costruirsi una prima immagine coerente del mondo che, possiamo esserne certi, le letture successive renderanno poco per volta più elaborata”.

Ma per incoraggiare la lettura è necessario che siano i libri a scendere tra la gente. La missione del Blog dell’“Associazione Felix cultura” vuole essere proprio questa: portare i libri, o meglio l’amore per i libri, a tutti.

In particolare con un faro puntato su un pezzetto d’Italia, quella Campania Felix che noi siamo convinti sia un territorio culturalmente fertile e ricettivo. Il nostro portale del libro e dell’editoria in Campania sarà molto più di una semplice vetrina per scrittori e case editrici.

La nostra ambizione è quella di creare una comunità (online), un popolo di felixiani, per riscoprire il piacere di leggere e fare cultura, insieme. 

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