“Ring” di Andrea Manzi

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Corpo e mente. Azione o linguaggio. E’ oltremodo un azzardo provare ad immaginarsi un teatro altamente poetico, poiché, come sostiene il Secondo Uomo, “La parola e il pensiero si avvolgono e schizzano fuori senza senso“, ma “Noi abbiamo nostalgia dei corpi e dei luoghi. La parola, da sola, muore“. Dunque, qualsiasi racconto, privo di un effettivo riscontro storico (la realtà dei personaggi) diventa manchevole della “mitizzazione” o “presenza corporea” necessaria a celebrarlo e ricordarlo; per cui, cadrà nel vuoto.

Nella ricca terminologia di Manzi ricorre, in verità, un unico intento: coniugare le diverse forme d’arte (o quelle da lui più amate, nella fattispecie poesia e teatro) per arrivare alla descrizione della realtà attraverso un linguaggio multiforme, ovvero l’organismo unico fatto di cervello e membra. Come sembra suggerire il Primo Uomo in una delle ultime battute, Pierpaolo (Pasolini) “s’aggira con la faccia di Dio“. La sintesi perfetta, cioè, non proviene dal debole esercizio umano ma dalla perfetta cognizione dell’Arte e delle sue possibilità. Dunque, l’uomo-verbo e l’uomo-attore che abitano l’artista devono cercare di convergere insieme nella ricerca di una descrizione pragmatica del contingente: una ricerca, questa, che Manzi espleta attraverso il paradigma dell’extracomunitario sofferente.

Ma attenzione: questo implica che l’artista genera Arte dalla Verità e che, dunque, ogni tentativo di falsificazione (il racconto formalmente perfetto, ma non reale) è destinato ad una fortuna effimera, in un mondo affamato di contrasti e sete di conoscenza. Se il Reale deve far pace con l’Artefatto, anche il vate deve riunirsi alle manifestazioni del corpo per incamminarsi verso la sua sublime meta – peraltro sotto gli sguardi ammirati degli uomini non-artisti e non-attori, gli Scienziati. Manzi rivela ottimamente le contraddizioni della cultura dell’Arte, spesso settorializzata – eppure mai divisa internamente sul piano degli intenti: qualcosa di vero dovrà pur esserci, qualcosa di bello dovrà pur consolare gli sfortunati mmigrati (o comunque spettatori). L’autore ha dunque colto l’essenza: come in un cerchio eterno e perenne, che si rincorre all’infinito, l’arte necessita di essere umanizzata e diventare necessaria, pur basandosi sulla bellezza formale e stilistica – il vero che rincorre la poesia, per la memoria dei posteri. E dunque, con l’instaurazione di un nesso tra narrazione, memoria e realtà storica, è possibile affermare che Manzi ha già trovato la sintesi cercata: e adesso, ai futuri eredi di Pasolini, non resta che concretizzarla.

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Il Precariato nei libri, nell’editoria e nella Vita.

Da Generazione mille euro di Antonio Incorvaia e Alessandro Rimassa, alle poesie di Amore Precario di Walter Giannò, passando per i consigli di Lorenzo Ait in La Rivoluzione dei precari e Il Mondo deve sapere di Michela Murgia. Aumentano sempre di più gli autori che  scelgono di raccontare la condizione d’instabilità in cui versano tanti giovani lavoratori. Sembra che proprio l’instabilità sia diventata la base fondamentale della letteratura degli anni ’00. Una letteratura in cui, in forme, toni e modi diversi, il Precariato ha assunto un ruolo predominante. Proprio perché predomina nella realtà, e nella vita dei tanti autori che ne raccontano il vuoto e l’assenza di certezze che esso provoca.

Non servono chissà quanti dati per convincerci che il mondo descritto nei libri “A sfondo precariato” non è un mondo immaginario, ma è la realtà della vita quotidiana. Lo stesso settore da cui provengono i libri, il mondo dell’ editoria e dell’industria culturale, è un ambiente lavorativo da tempo popolato da precari: tanti giovani laureati e masterati, pronti a tutto pur di lavorare e mettere a frutto le conoscenze acquisite a costo di grandi sacrifici (economici e intellettuali). Un’ambizione che gli Imprenditori Culturali conoscono bene e sanno sfruttare per far firmare loro contratti a progetto con i quali i precari si trovano spesso a svolgere anche ruoli di responsabilità, mal retribuiti, e che spetterebbero a dei dipendenti con posto fisso.

Il Precariato, nel mondo culturale ed editoriale, coincide spesso con lo sfruttamento dei sogni della gente.

Sul web le testimonianze sono numerose. La storia di Elena Orlandi e quella anonima raccontata sul Blog di Loredana Lipperini sono solo le più significative. Tutte queste storie lamentano l’assenza di futuro. I firmatari di un contratto a progetto con una casa editrice lavorano alla giornata sulle commesse e gli incarichi che di volta in volta ricevono. Vivono nell’incertezza. Perché non sanno se a fine anno il contratto a progetto sarà rinnovato oppure no. Le conseguenze di questa condizione sono disastrose. Si inizia a odiare il vicino di scrivania, perché potrebbe essere un potenziale rivale. Si accetta qualsiasi incarico, a qualsiasi prezzo. Perché c’è il rischio che, non accettando, l’azienda trovi qualcun altro che svolga lo stesso lavoro a un costo inferiore.

Per queste persone, come per tanti altri precari in altri settori, pianificare il futuro è impossibile. Aprire un mutuo per comprare casa, diventa troppo rischioso. Avere dei figli, talvolta anche sposarsi, spesso, restano solo dei bei sogni.

Intanto nel mondo editoriale nascono in continuazione nuovi master, nuovi corsi di alta formazione e scuole di specializzazione, spesso costosissime, per formare nuovi laureati e introdurli in un meccanismo divenuto ormai perverso. Nessuno parla del tema dei diritti del lavoro e dei rapporti tra le case editrici e i loro collaboratori. Sul web non mancano gli appelli. Come, ad esempio, quello della Rete dei Redattori Precari, che ha sottoposto al presidente dell’associazione AIE Sette Domande Scomode.

Le risposte però, non arrivano.

Infine, rimpicciolendo sempre di più lo zoom, ci si rende conto che il problema del precariato nell’industria editoriale è solo uno dei tanti volti di una crisi occupazionale più ampia, che interessa il mondo della cultura nella sua totalità. Anche in questo caso non mancano gli appelli collettivi (come quello uscito sul Corriere della Sera) mossi da giornalisti, ricercatori, operatori nel mondo della comunicazione e professori che chiedono una maggiore attenzione delle istituzioni verso il problema.

Anche l’Associazione culturale “Felix” è molto sensibile a questa condizione di instabilità. Proprio per questo i suoi soci hanno organizzato per Domenica 10 Marzo 2013, presso il Teatro studio Apollonia di Via San Benedetto (Salerno), una giornata di dibattito intorno al tema del precariato. Si partirà naturalmente da opere artistiche e culturali di alto livello, prodotte da autori giovani. Il dibattito, infatti, sarà stimolato dalla visione di un bellissimo film, intitolato La ballata dei precari, di Silvia Lombardo, dalla lettura di alcune poesie dalla raccolta Ho tutto in testa ma non riesco a dirlo (autori vari) e da alcune pagine del romanzo Infine chiedete aiuto. Storie di abbrutimento stipendiato, di Marco Bifulco.

LOCANDINA - Precari tra immagini e scrittura

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Scuola: la nuova Chimera

“Non bisogna ammetterlo ma di tutto ciò che facciamo qui a scuola dalla mattina alla sera, cos’è che ha uno scopo? Che cosa se ne ricava? Per sé, voglio dire […]. Sappiamo di aver imparato questo e quello […] ma dentro siamo rimasti vuoti”.

Sono parole del Giovane Törless di Musil che Franco Moretti (fratello del ben più noto regista Nanni) commenta magistralmente in questo modo: “Ma dentro… Ecco il difetto della scuola: insegna ‘questo e quello’, dedicandosi al versante oggettivo della socializzazione […]. La scuola si occupa di mezzi, non di fini; di tecniche, non di valori. Purché sappia la lezione, un alunno non è tenuto a credere nella sua verità.” (Il Romanzo di Formazione).

Proprio da queste parole vuole partire la mia riflessione sulla scuola pubblica, ormai ridotta dalle numerose riforme (Berlinguer, Moratti, Fioroni, Gelmini) a una caricatura goffa e grassa della mitologica Chimera. La bestia mitica, formata da parti del corpo di animali diversi, rende perfettamente l’idea del problema. Se una volta, come dice Moretti, la scuola insegnava almeno “questo e quello”, ora, il semplice fatto che un consistente numero di persone frequenti dei corsi di creative writing, in cui rudimenti di natura poetico-narratologica sono venduti come se fossero arcani segreti, la dice lunga sui metodi di insegnamento usati dall’attuale corpo docenti.

E sottolineo l’attuale corpo docenti, perché sono fermamente convinto dell’esistenza di un intero popolo di giovani professori, molto simili al Robin Williams del film “L’attimo fuggente”, che da anni attendono invano di essere iniziati ai chimerici ingranaggi della scuola pubblica per poterli lubrificare dall’interno.

D’altronde sono gli stessi professori universitari a dire che i correnti metodi pedagogici sono ricoperti dalla muffa: “Non appena […] la poesia approda alla scuola secondaria e diventa disciplina, programma obbligato e svogliatamente svolto, materia museale, storia della poesia – secondo l’inveterata consuetudine storicistico-idealistica che ancora informa il nostro ordinamento scolastico – anziché poesia in atto, in scena o semplicemente in pratica, quella spinta giocosa e istintiva impallidisce e declina, diventa peso, fatica, archeologia del linguaggio, modo complicato e ampolloso di ornare concetti semplici […]”. Così Alberto Bertoni in un recentissimo libro (La poesia Contemporanea, Aprile 2012).

Ma gli esperti demagoghi della parola pubblica, ovvero i conduttori delle edificanti trasmissioni televisive che, quotidianamente in onda da una torre d’avorio, discutono di politica e società; direbbero che alla base di una didattica ormai guasta e obsoleta converge una concomitanza di rapporti di causa-effetto, tutti terminanti con il suffisso “–logici”: politologici, sociologici, antropologici, psicologici, pedagogici, ecc. ecc.

Questi signori dimenticano, o fanno finta di non vedere, la radice del guasto:

Come si può incentivare lo studio con la meritocrazia quando i numerosi exempla forniti dalla nostra brillante classe dirigente, puntualmente, disattendono questo principio?

Oltre alla meritocrazia l’altro grave problema che affligge l’insegnamento è la vittoria sulla cultura della televisione e delle arti passive, cioè quelle arti che:

“Non creano necessariamente consenso, ma una subordinazione alla loro versione della realtà”

(Northrop Frye, Cultura e miti del nostro tempo).

La chimerica istituzione pubblica non insegna più. Al suo posto ci pensa la televisione ad allevare la nostra prole di ragazzini e a formarli a pane e “Grande Fratello”.

Nel 1967 proprio il critico canadese, Northrop Frye, in una serie di conferenze tenute per il centenario della fondazione del Canada, parlava del tempo libero paragonandolo ad un campo di battaglia. Una scacchiera su cui le arti attive (letteratura, musica, pittura, scultura, etc…) e quelle passive (pubblicità e propaganda) si contendevano il predominio sull’istruzione, e quindi sulla mente, dell’individuo. Oggi, a distanza di quarantacinque anni dai discorsi di Frye, possiamo facilmente intuire chi è il vincitore di questa battaglia.

Se ai tempi di Frye un ragazzo poteva ancora chiedersi: “Leggo un libro o accendo la TV ?”, oggi questa domanda non viene più formulata: i ragazzi accendono direttamente la TV.

Ma l’esempio più evidente dell’effetto corrosivo della televisione non è rappresentato tanto dai libri, quanto dai Conservatori musicali. Nel momento in cui la nascita, la formazione e la maturazione di un musicista, di un cantante o di un ballerino, diventano uno show televisivo (montato ad arte come il più melodrammatico dei feuilleton) chi crederà più nel “Potere formativo” dei Conservatori, quando questo “Potere” è nelle mani della televisione e degli spettatori da casa (i cui giudizi sono alquanto discutibili)?

Ed è così che i Conservatori sono diventati dei simulacri vuoti, pallido riflesso di un glorioso passato.

La corrosione dei mass media sulla cultura ha trovato campo libero proprio perché l’immagine della “Cultura” si trova in un rapporto simbiotico con la “Scuola”. Parlare di “Cultura” con un sedicenne significa parlare di “Scuola”. I libri, le poesie, la letteratura, tutto è “Scuola”. Inutile dire che “Scuola” significa anche “Noia” e quindi, per una banale sillogismo, anche “Cultura” significa “Noia”.

Di fronte a queste difficoltà Internet, come ho già detto più volte, può essere lo strumento giusto per creare una nuova Arcadia. Un luogo dove chi è interessato potrà discutere di problemi del presente, di tendenze letterarie e dove, soprattutto, si potranno formare nuovi lettori.

In questo modo chi ama i libri non si sentirà più “Unico al mondo”, ma potrà trovare un rifugio che vuole essere anche un punto da cui ripartire…

… per costruire una nuova idea di Cultura.

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Scuole di scrittura: si può veramente insegnare a scrivere?

[…] insieme alla nascita delle scuole di scrittura creativa nacque anche la spinosa querelle che ancora oggi le tormenta: “Ma si può veramente insegnare a scrivere?

[…] la risposta alla domanda rischia di diventare inutile, se non si risponde prima a un’altra domanda: “Ma ci sarà mai qualcuno che in futuro leggerà i libri?

Che le tecniche di composizione del discorso (poetiche e retoriche) costituissero la spina dorsale di qualsiasi opera letteraria, lo avevano già compreso personaggi illustri come Aristotele e Dante Alighieri. Ma la “Poetica” di Aristotele e il “De vulgari eloquentia” di Dante furono il frutto di uno studio induttivo fatto su opere già esistenti, o meglio, un discorso fatto a posteriori su altri già composti (opere metalinguistiche). Nei primi decenni del Novecento, invece, con l’avvento delle scuole di creative writing, prima in America poi in Europa e infine in Italia, le tecniche poetiche sono diventate oggetto di uno studio che, partendo da opere già scritte, mira a formare nuovi scrittori e nuovi poeti.

Così, insieme alla nascita delle scuole di scrittura creativa nacque anche la spinosa querelle che ancora oggi le tormenta: “Ma si può veramente insegnare a scrivere?”.

Sicuramente uno dei meriti principali della creative writing è di aver sfatato del tutto quel luogo comune, tipicamente romantico, dell’artista che scrive sotto l’improvviso effetto dell’ispirazione. Ma il problema grave è che, morto un mito, ne è nato un altro e si è diffusa sempre di più l’idea che: “Tutti possono scrivere romanzi, racconti o poesie; basta entrare in possesso delle tecniche per farlo”.

“If one can “learn” to play the violin or to paint, one can “learn” to write, though no processes of externally induced training can ensure that one will do it well” (Filosofia della Iowa school, prima scuola di scrittura crativa)

Naturalmente i maestri migliori (e più onesti) specificano subito che la conoscenza delle tecniche di scrittura non implica il successo artistico dell’opera che gli allievi hanno intenzione di scrivere, perché, come ci insegna il mondo dell’editoria, per trasformare la nostra opera in un best seller ci vuole “talento” e forse anche qualcosa in più.

“Though we agree in part with the popular insistence that writing cannot be taught, we exist and proceed on the assumption that talent can be developed, and we see our possibilities and limitations as a school in that light. […] We continue to look for the most promising talent in the country, in our conviction that writing cannot be taught but that writers can be encouraged”  (Iowa school)

Proprio la politica editoriale dei best seller e il processo di massificazione della scrittura, inconsciamente promosso dalla creative writing, hanno partorito un’idea malsana di letteratura e in generale di scrittura.

Oggi scrivere un libro è diventato come “vincere un terno al lotto”. Basta una buona idea, imparare le tecniche per scriverla, trovare poi l’aggancio giusto per pubblicarla e il gioco è fatto: il successo (magari anche economico) è assicurato!

In una società oppressa continuamente da mezzi d’informazione, che a ogni ora del giorno comunicano notizie e le interpretano per noi, è naturale che la scrittura diventi un mezzo per affermare il proprio individualismo, per dire “Io” in un mondo che non ci ascolta (l’esempio più evidente è il proliferare dei blog online oppure, più banalmente, pensate all’uso effimero della bacheca di Facebook…).

Ma il paradosso più assurdo è che sempre più persone vogliono scrivere libri anche se, a parte i pochi testi scolastici, non hanno mai letto in vita loro!

“Il primo vero manuale di scrittura creativa sono i romanzi e i racconti degli altri, quelli che ci fanno piangere, ridere, emozionare e anche quelli che ci fanno morire dagli sbadigli. Credo che la maggior parte degli scrittori abbia iniziato a desiderare di scrivere dopo aver letto un libro talmente bello da dire: vorrei averlo scritto io” (Alessandro Perissinotto)

Tutto questo andava anche bene, almeno fino a quando non si è materializzata la crisi economica; fino a quando le librerie non hanno incominciato a chiudere e la risposta alla domanda: “Ma veramente si può imparare a scrivere?” rischia di diventare inutile, se non si risponde prima a un’altra domanda: “Ma ci sarà mai qualcuno che in futuro leggerà i libri?”.

In un articolo uscito qualche mese fa sul “Giornale della libreria” Giovanni Peresson, analizzando i dati ISTAT sulla lettura in Italia, annunciava che dal 2010 al 2011 in Italia sono “morti” 723.000 lettori. Il titolo dell’articolo citato, “Riconquistare il lettore” (Gennaio 2012) è emblematico e mostra l’unica strada percorribile per la sopravvivenza dei libri.

Per “riconquistare il lettore” si potrebbe partire dai corsi di creative writing che da fabbriche di “Scrittori mancati” potrebbero facilmente trasformarsi in officine per la formazione di “Buoni lettori”.

Per “riconquistare il lettore” si potrebbe partire dai corsi di creative writing che da fabbriche di “Scrittori mancati” potrebbero facilmente trasformarsi in officine per la formazione di “Buoni lettori”. Usando un termine preso a prestito da Nabokov:

“Il buon lettore, il lettore ammirevole, non s’identifica con il ragazzo o la ragazza del libro, ma con il cervello che quel libro ha pensato e composto. […] Al lettore ammirevole non interessano le idee generali; ma la visione particolare. Gli piace il romanzo non perché gli permette di inserirsi nel gruppo (per usare un diabolico luogo comune delle scuole avanzate); gli piace perché assorbe e capisce ogni particolare del testo, gode di ciò che l’autore voleva fosse goduto, sorride interiormente e dappertutto, si lascia eccitare dalle magiche immagini del grande falsario, del fantasioso falsario, del prestigiatore, dell’artista. In realtà, di tutti i personaggi creati da un grande artista, i più belli sono i suoi lettori”.

Piuttosto che scrivere un nuovo ciclo dei Rougon Macquart, chi termina un corso di creative writing si accosta ai libri come non ha mai fatto prima, cioè con occhio competente, perché è entrato in possesso degli strumenti necessari per gustarli a fondo. Allora perché non incentivare un “Corso di formazione per lettori competenti” e passare dall’Io della scrittura al Noi della lettura?

Una lettura che possa aiutare ad abbattere le barriere dell’alienazione sociale, a stabilire un contatto sincero con i propri simili, una lettura capace di riscoprire il senso originale della parola “Humanitas”. In questo modo la cultura non sarà più vista come elemento di distinzione, ma di coesione sociale.

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Lettori: una specie in estinzione?

“La nostra ambizione è quella di creare una comunità (online), un popolo di felixiani, per riscoprire il piacere di leggere e fare cultura, insieme”

In uno scritto del 2007 (La letteratura in pericolo, Garzanti Elefanti) il critico Tzvetan Todorov cercava una risposta a questa domanda:

Che cosa può la letteratura?

Uno dei motivi principali per cui Todorov ha deciso di scrivere il saggio citato è semplice: oggi sempre più persone pensano che la letteratura non serva a niente.

Ammettiamolo: leggere è diventato faticoso.

Perchè bisogna leggere? E’ solo una perdita di tempo!

Perchè annoiarmi leggendo un libro, quando posso vedere la televisione?

Perchè mio figlio deve studiare la letteratura, quando può concentrarsi su altre materie sicuramente più importanti?

Lo dice anche la politica: la cultura è bella, ma non paga!

Di questo passo forse finiremo con il rimproverare la Chiesa: “L’indice dei libri proibiti era una santa cosa, perchè l’avete soppresso?”.

“La missione del Blog dell’“Associazione Felix cultura” vuole essere proprio questa: portare i libri, o meglio l’amore per i libri, a tutti”

Mentre queste domande ogni anno uccidono sempre più lettori, Todorov ha voluto indagare le cause che hanno generato quest’avversione nei confronti dei libri.

La sua conclusione è che: “La letteratura è stata ridotta all’assurdo

“Leggere poemi e romanzi non porta a riflettere sulla condizione umana, l’individuo e la società, l’amore e l’odio, la gioia e la disperazione, ma su nozioni critiche tradizionali o moderne. A scuola non si apprende che cosa dicono le opere, ma che cosa dicono i critici”. Todorov parte dalla scuola, da metodologie didattiche sbagliate, per arrivare al mondo delle Università, dei critici letterari e infine degli scrittori stessi. Oggi “Letteratura” significa studiare le tecniche con cui si fa letteratura. Di conseguenza la bravura dello scrittore non si basa più su ciò che riesce a trasmettere al lettore, ma sul numero di citazioni con cui ha intessuto la sua opera o su quanto il suo pensiero riesce ad essere nichilista o solipsista. Non solo i lettori, ma tutti gli addetti ai lavori hanno perso di vista la centralità del testo letterario.

In questo modo i libri sono legati soltanto alle logiche di mercato degli editori. Insomma tutti possono scrivere un libro, basta che il libro scritto faccia vendere tante, tante, ma proprio tante copie alla casa editrice che lo pubblica.

Riscoprire l’importanza della letteratura significa riavvicinare il pubblico ai libri e insegnare la differenza tra “libro spazzatura” e “libro di qualità”. Per fare questo è necessario prima di tutto rispondere alla domanda iniziale: “Che cosa può la letteratura?”.

“La letteratura può molto – dice Todorov – può farci comprendere meglio il mondo e aiutarci a vivere. […] l’orizzonte ultimo di tale esperienza non è la verità, ma l’amore, forma suprema del rapporto umano. […] Pensare e sentire adottando il punto di vista degli altri, esseri umani o personaggi letterari, è il solo modo per tendere all’universalità”. Attraverso la lettura si sviluppa lo spirito critico: il lettore impara a pensare con la propria testa e non con quella delle pubblicità, delle trasmissioni televisive o dei giornali. La letteratura può diventare una cura per la società. Per questo bisogna “Incoraggiare la lettura con ogni mezzo, compresa quella di libri che il critico di professione considera con una certa condiscendenza, se non addirittura con disprezzo, dai Tre moschettieri a Harry Potter: non solo questi romanzi popolari hanno avvicinato alla lettura milioni di adolescenti, ma hanno anche permesso loro di costruirsi una prima immagine coerente del mondo che, possiamo esserne certi, le letture successive renderanno poco per volta più elaborata”.

Ma per incoraggiare la lettura è necessario che siano i libri a scendere tra la gente. La missione del Blog dell’“Associazione Felix cultura” vuole essere proprio questa: portare i libri, o meglio l’amore per i libri, a tutti.

In particolare con un faro puntato su un pezzetto d’Italia, quella Campania Felix che noi siamo convinti sia un territorio culturalmente fertile e ricettivo. Il nostro portale del libro e dell’editoria in Campania sarà molto più di una semplice vetrina per scrittori e case editrici.

La nostra ambizione è quella di creare una comunità (online), un popolo di felixiani, per riscoprire il piacere di leggere e fare cultura, insieme. 

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