Il complesso dell’Annunziata: uno scrigno che racchiude l’anima più vera di Napoli.

di Luisa Emilia NuscoDSC03535

La visita al complesso dell’Annunziata di Napoli, sito nello storico quartiere Pendino, a Forcella, è un percorso che ti colpisce sotto molti – e a volte inaspettati – punti di vista e che ti accompagna piano piano fino a far vibrare le corde più profonde e più intime della tua coscienza, divenendo alfine un vero percorso interiore.
E ti accorgi ben presto che la sua struttura composita, che accoglie la Basilica della SS. Annunziata Maggiore (al cui interno si distinguono a sua volta numerosi ambienti di enorme pregio artistico), il Succorpo, la Santa Casa dell’Annunziata, il locale della Ruota, il cortile monumentale, corrisponde alla pluralità di anime di questo luogo, che è al contempo luogo di arte, di storia, di fede, di cultura, di memoria, di dolore, ma anche di speranza.

L’ingresso del complesso si raggiunge percorrendo le strade di Forcella, pieno centro di Napoli ma ancora oggi periferia sociale, addentrandosi tra sampietrini e blocchi di basalto, all’ombra dei casermoni dall’intonaco scrostato e dai balconi con i panni stesi. Non è un caso che il sito resti ingiustamente un po’ defilato rispetto ai classici itinerari turistici.

Il consiglio è quello di iniziare l’itinerario dalla Basilica, che si erge su un territorio che era situato in prossimità dell’antica cinta muraria della città di Neapolis, adibito alle Terme e poi, probabilmente, al Ginnasio. La prima chiesa – di cui restano poche tracce – risale al XIV sec., mentre numerose fonti storiche restano a celebrare la magnificenza della nuova chiesa, il cui progetto venne avviato a partire dal 1513 c.a., e che vide negli anni successivi l’intervento dei più illustri artisti del Regno di Napoli in una impo191487_0_0nente opera di decorazione. Capolavori andati purtroppo distrutti nel terribile incendio del 1757 che ha risparmiato solo la Sacrestia, la Cappella del Tesoro e la Cappella Carafa, tuttora accessibili ai visitatori. I lavori di ricostruzione (ultimati intorno al 1782) vennero affidati al grande Luigi Vanvitelli, in quel periodo impegnato nella realizzazione della Reggia di Caserta.

Di particolare suggestione, all’interno della Basilica, è proprio la Cappella del Tesoro, non solo per l’incommensurabile valore artistico delle splendide decorazioni cinquecDSC03537entesche che la adornano, ma anche per la profonda spiritualità che è in grado di trasmettere. Al suo interno, infatti, furono collocate numerose nicchie contenenti reliquie dei Santi, di cui otto ospitanti altrettanti busti in argento con i sacri resti dei martiri, poi sostituiti da busti in legno dorato sul finire del Settecento. Le fonti raccontano, altresì, che la Cappella custodiva frammenti della Croce e della corona di spine di Cristo. Elementi questi che costituiscono una ulteriore autorevole conferma della grande devozione del popolo napoletano ma suggeriscono anche la grande considerazione ed importanza che rivestiva la Chiesa all’interno della comunità religiosa.
Dopo la visita alla Basilica, il consiglio è di andare alla ricerca del custode per chiedere di accedere al Succorpo. Il che può creare qualche difficoltà ma ne vale veramente la pena, pur di visitare una tra le realizzazioni più interessanti del Vanvitelli, che la definì “Chiesa Sotteranea della S.S. Annunziata”. Si tratta in effetti di un ambiente completamente distinto dalla Basilica, concepito e realizzato dall’illustre artista per consentire le celebrazioni religiose durante il restauro della Chiesa conseguente all’incendio del 1757.
All’apertura del pesante portone in legno appaiono solo alcuni gradini che affondano nell’oscurità più assoluta, ma appena il custode accende le luci (gesto, ahimè, che conferma che questo tesoro non è di norma accessibile ai visitatori), appare allo sguardo la perfezione di un piccolo ambiente sotterraneo a pianta circolare, posto in asse con la cupola della sovrastante Basilica, così raccolto, pieno di pace e immerso nella penombra che pare ispirare le atmosfere mistiche degli incontri dei primi cristiani. Le decorazioni che adornano la Chiesa sotterranea sono di grande pregio e provengono principalmente dall’arredo della antica Chiesa distrutta dall’incendio del 1757, utilizzate dal Vanvitelli con l’intento di mantenerne viva almeno in parte la testimonianza. Di particolare interesse artistico la Madonna col Bambino del 1470 di Domenico Gagini (1420c.a.-1492) collocata sull’altare principale e il rilievo raffigurante il Battesimo di Cristo dello scultore fiesolano Andrea Ferrucci (1465-1521 ca.), collocato sull’altare di fronte.

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Quando risali le scale del Succorpo illuminate appena dalla fioca luce delle lampadine e ti ritrovi all’esterno, la luce del sole ti acceca e impieghi un po’ di tempo a riabituarti, così mentre ti fai schermo con le mani ti ritrovi a guardarti intorno nell’antico Cortile monumentale mettendo a fuoco attorno a te le alte mura e la elegante fontana di pietra centrale, ove i pesci rossi nuotano svelti come fiammelle nell’acqua verdognola, tra pesanti cespugli di muschio. E in un attimo ti ritrovi indietro nel tempo, tendi l’orecchio e ti sembra di sentire risate argentine di bambini e il rumore di passi svelti che si rincorrono, ti pare addirittura di vedere qualche faccino fare capolino dalle finestre.20151227_110105_HDR
La Real Casa dell’Annunziata fu istituita ai primi del 1300 sotto l’egida del re Roberto d’Angiò, ma è grazie alla regina Sancha di Majorca, seconda moglie del re, che nel 1343 sorse il nuovo complesso che comprendeva la chiesa, l’ospedale, l’ospizio dei trovatelli e il conservatorio delle esposte (ove le ragazze povere e/o prive di famiglia venivano internate per “conservarne” la virtù).
20151227_103715Al 1601 risale il più antico documento che attesta l’immissione di un bambino nella Ruota. Al 1875 – dopo oltre due secoli – risale la sua chiusura definitiva. Nel corso di questi due secoli, la Santa Casa (che già dal 1400 dava rifugio ai trovatelli) accolse migliaia di piccole creature lasciate nella “ruota”, una struttura composita che aveva il suo nucleo in un cilindro ligneo che consentiva di accogliere all’interno i neonati che venivano introdotti da una porticina d’accesso collocata in strada, all’esterno della Real Casa, celando l’identità di chi, principalmente le madri, vi si recava perché costretto ad abbandonare i pargoli.
Al locale della Ruota, di recente restaurata, si accede da uno dei lati del Cortile monumentale, accanto al Portale marmoreo che costituiva l’ingresso alla Santa Casa (oggi chiuso per restauro).
20151227_103802La Stanza è di pochi metri, coperta di piastrelle, con un semplice lavabo collocato sulla destra, senza ornamenti e priva nel complesso di particolare pregio artistico. Su tutto campeggia la struttura lignea che accoglie la ruota, posta sul fondo della stanza. Eppure l’ingresso in questo ambiente angusto, spoglio, poco illuminato, non lascia indifferenti. Ti assale un misto di sorpresa, di desolazione, di tristezza al pensiero dei piccini che fuoriuscivano da quel “ventre” ligneo come fosse stata una seconda nascita, per entrare nella loro nuova vita nell’Istituto. Una vita che per la maggior parte di loro costituiva una salvezza ed una speranza, una fuga da un’esistenza di stenti o, quel che è peggio, da morte certa.
Diverse le loro storie, che pur nell’anonimato che li accompagnava, era possibile ricostruire dai “corredini” che portavano i bambini, talora costituiti da pochi oggetti, talaltra dalla sola coperta che li avvolgeva (tutti comunque conservati a tutt’oggi negli archivi della Real Casa). Intuibile era prima di tutte la condizione sociale di provenienza: essere avvolti in una coperta di tessuto pregiato o in un umile cencio bastava, infatti, a fare la differenza tra chi proveniva da famiglie agiate e chi da famiglie indigenti. Questo spesso significava anche intuire le ragioni dell’abbandono che, nel caso delle famiglie povere, erano da ricondurre per la maggior parte alle ovvie difficoltà di vivere una vita di miseria, mentre nel caso delle famiglie agiate affondavano le radici in più complesse vicende di successioni, di primogeniture o di unioni illegittime, che spesso si consumavano tra persone appartenenti a ceti sociali differenti. Diverso, forse, anche lo stato d’animo di chi li abbandonava. Alcuni bambini recavano con loro lunghe lettere in cui le madri davano disposizioni sul loro battesimo, sul loro nome, e speravano – quando i tempi fossero stati migliori – di venire a riprendere i figli; altri portavano pezzi di medaglioni o pezzi di immaginette sacre da ricongiungere in un lontano futuro con le altre estremità staccate, gelosamente conservate da madri straziate fino al momento del loro fatidico incontro. Altri, come detto, non recavano nulla con loro se non la coperta che li avvolgeva.
Tuttavia, una volta fuoriusciti dalla Ruota, tutti questi bambini erano accomunati dal medesimo destino di abbandono, che li portava ad essere “esposti”, senza protezione se non quella della Madonna e, quindi, “figli della Madonna”, “figli dell’Annunziata” e, allora, tutti fratelli. Esposito, Degli Esposti, Sposito, Nunziata, Annunziata, cognomi che restano a testimonianza di questo legame, di questo vincolo di parentela nato come ideale e divenuto reale.
Basterebbe riflettere sulla diffusione di questi cognomi o pensare al fatto che, nell’immaginario comune, il napoletano tipico ha per nome Gennaro (come il Santo protettore della città) e per cognome Esposito per comprendere l’enorme portata del problema dell’abbandono dei bambini (espressione di piaghe ben più profonde che affliggevano la città di Napoli in quei secoli) e comprendere al contempo la grande funzione sociale svolta dall’istituzione della Real Casa dell’Annunziata.
Eppure, non riesci a non pensare al senso di abbandono e alla malinconia che dovevano spesso accompagnare i bimbi nella loro crescita e segnare per sempre le loro vite, lontano dagli affetti. Stati d’animo che sono resi egregiamente nel dipinto dell’artista Gioacchino Toma (Galatina 1836 – Napoli 1891) intitolato “La guardia alla ruota dei trovatelli”.

la guardia alla ruota dei trovatelli

L’artista, tra i maggiori esponenti della pittura dell’Ottocento napoletano, aveva provato in prima persona l’esperienza di un’infanzia infelice tra ospizi per trovatelli e conventi. Nell’opera – che raffigura due donne che riposano durante la guardia notturna, in attesa dell’arrivo di qualche neonato abbandonato nella ruota, che campeggia sulla parete di fondo della stanza – l’autore è riuscito a trasmettere il senso di miseria e nel contempo di profonda commozione che egli associava all’abbandono di quelle anime innocenti.
Toccante anche l’esperienza del grande Vincenzo Gemito (Napoli 1852 – Napoli 1929), illustre disegnatore, scultore e orafo napoletano, nonché “figlio dell’Annunziata”, abbandonato secondo le cronache il giorno dopo la sua nascita. Come non ricondurre infatti la scelta frequente di soggetti giovanili nelle sue opere, ma soprattutto l’inquietudine e la malinconia che lo condussero poi al crollo mentale, anche alle ferite di un’infanzia infelice?
Dopo tanta emozione, il consiglio è quello di concludere la visita raggiungendo l’esterno della Real Casa dell’Annunziata e di soffermarsi lungo Via dell’Annunziata dinanzi al pertugio ormai murato dove è incisa la data della chiusura definitiva della ruota, “27 giugno 1875”.

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E’ proprio qui che il cerchio si chiude, ricongiungendo la struttura al quartiere, il passato con il presente, come un anello ideale e indissolubile che costituisce la vera essenza della Real Casa dell’Annunziata, una struttura che ti colpisce con la inaspettata bellezza artistica e architettonica, ma diventa indimenticabile per l’esperienza umana semplice ma intensa che si cela tra quelle spesse mura.

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