La disoccupazione giovanile in Campania

Se l’Italia non è un paese per giovani, la Campania lo è ancor meno.

Secondo la Cgia di Mestre la disoccupazione giovanile “reale” presente in Campania è al 51,1%. I dati, che sarebbe riduttivo definire allarmanti, sono riferiti al 2° trimestre 2011 (ultimo dato disponibile a livello regionale) e includono anche gli inattivi, ovvero quei soggetti che, per effetto della crisi, hanno deciso di non cercare più un lavoro.

Questo vuol dire, per usare parole di Giuseppe Bortolussi, segretario della CGIA di Mestre, che <<In Sicilia, in Sardegna, in Calabria ed in Umbria il tasso di disoccupazione, al netto degli scoraggiati, è superiore al tasso di disoccupazione reale da noi calcolato>>.

Ormai anche  la speranza di trovare un’occupazione sta  abbandonando i campani.

Ed è proprio questa progressiva perdita di fiducia nelle istituzioni e nella società, l’amara consapevolezza che “niente cambierà”, a pesare, ancor più dei dati percentuali e delle statistiche già di per se catastrofiche.

Anche dal “Rapporto sull’Economia della Campania” della Banca d’Italia emerge che il Pil nel 2012 si è contratto ancora del 2,6%, contro la media italiana del -2,4%. E anche se nel 2012 il numero di occupati ha registrato una crescita dell’1,3%, la situazione resta drammatica.

La crescita, se continuasse su questi ritmi – dicono i tecnici di Bankitalia – impiegherebbe ben 31 anni a raggiungere la media nazionale.

Ricercare le cause di un fenomeno ormai endemico in tutta l’Italia meridionale sembra impossibile e contro producente. Molto probabilmente finiremmo semplicemente con l’elencare colpe su colpe, scadendo in un’infinità di luoghi comuni, additando ora questo ora quello come i principali responsabili del disastro. In una sequela infinita di accuse, simile alle bagarre di “quei programmi demenziali con tribune elettorali” (per citare Battiato). Eppure, una cosa è certa:

Nonostante le ultime riforme del mercato del lavoro il problema della disoccupazione giovanile persiste e secondo Francesco Pastore, professore di Economia Politica presso la Seconda Università degli studi di Napoli: <<L’alta disoccupazione giovanile in Campania è la conseguenza di politiche economiche inadeguate>>. In particolare per Pastore <<Il motivo principale va ricercato nella rigidità e inefficienza del sistema di istruzione e formazione professionale, che si caratterizzano per la bassa qualità dell’offerta>>.

Il budget destinato alle politiche giovanili è insufficiente e bisogna rilanciare un nuovo tipo di apprendistato.

A Salerno, il 13 Luglio l’associazione culturale “Felix” propone un incontro video-letterario per interrogarsi e costruire. L’appuntamento è alle ore 19 all’ex Museo del Falso (Via di Porta Elina, a Salerno, presso il Museo Archeologico Provinciale). L’ingresso è libero e aperto a tutti.

“Precari operosi: tra immagini e scrittura” è il seguito dell’incontro cinematografico-letterario dello scorso 10 marzo dal titolo “Precari: tra immagini e scritture”.

Si parlerà di precari che hanno scelto di reinventarsi (ma talvolta proprio “inventarsi”) un lavoro. Di tutte le sfide che hanno dovuto sostenere per fare della loro precarietà un motivo di riscatto. Un trampolino per lanciarsi, senza paracadute, in nuove sfide esistenzialiImmaginedi lavoro e affettive.

 

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“Ring” di Andrea Manzi

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Corpo e mente. Azione o linguaggio. E’ oltremodo un azzardo provare ad immaginarsi un teatro altamente poetico, poiché, come sostiene il Secondo Uomo, “La parola e il pensiero si avvolgono e schizzano fuori senza senso“, ma “Noi abbiamo nostalgia dei corpi e dei luoghi. La parola, da sola, muore“. Dunque, qualsiasi racconto, privo di un effettivo riscontro storico (la realtà dei personaggi) diventa manchevole della “mitizzazione” o “presenza corporea” necessaria a celebrarlo e ricordarlo; per cui, cadrà nel vuoto.

Nella ricca terminologia di Manzi ricorre, in verità, un unico intento: coniugare le diverse forme d’arte (o quelle da lui più amate, nella fattispecie poesia e teatro) per arrivare alla descrizione della realtà attraverso un linguaggio multiforme, ovvero l’organismo unico fatto di cervello e membra. Come sembra suggerire il Primo Uomo in una delle ultime battute, Pierpaolo (Pasolini) “s’aggira con la faccia di Dio“. La sintesi perfetta, cioè, non proviene dal debole esercizio umano ma dalla perfetta cognizione dell’Arte e delle sue possibilità. Dunque, l’uomo-verbo e l’uomo-attore che abitano l’artista devono cercare di convergere insieme nella ricerca di una descrizione pragmatica del contingente: una ricerca, questa, che Manzi espleta attraverso il paradigma dell’extracomunitario sofferente.

Ma attenzione: questo implica che l’artista genera Arte dalla Verità e che, dunque, ogni tentativo di falsificazione (il racconto formalmente perfetto, ma non reale) è destinato ad una fortuna effimera, in un mondo affamato di contrasti e sete di conoscenza. Se il Reale deve far pace con l’Artefatto, anche il vate deve riunirsi alle manifestazioni del corpo per incamminarsi verso la sua sublime meta – peraltro sotto gli sguardi ammirati degli uomini non-artisti e non-attori, gli Scienziati. Manzi rivela ottimamente le contraddizioni della cultura dell’Arte, spesso settorializzata – eppure mai divisa internamente sul piano degli intenti: qualcosa di vero dovrà pur esserci, qualcosa di bello dovrà pur consolare gli sfortunati mmigrati (o comunque spettatori). L’autore ha dunque colto l’essenza: come in un cerchio eterno e perenne, che si rincorre all’infinito, l’arte necessita di essere umanizzata e diventare necessaria, pur basandosi sulla bellezza formale e stilistica – il vero che rincorre la poesia, per la memoria dei posteri. E dunque, con l’instaurazione di un nesso tra narrazione, memoria e realtà storica, è possibile affermare che Manzi ha già trovato la sintesi cercata: e adesso, ai futuri eredi di Pasolini, non resta che concretizzarla.