Scuole di scrittura: si può veramente insegnare a scrivere?

[…] insieme alla nascita delle scuole di scrittura creativa nacque anche la spinosa querelle che ancora oggi le tormenta: “Ma si può veramente insegnare a scrivere?

[…] la risposta alla domanda rischia di diventare inutile, se non si risponde prima a un’altra domanda: “Ma ci sarà mai qualcuno che in futuro leggerà i libri?

Che le tecniche di composizione del discorso (poetiche e retoriche) costituissero la spina dorsale di qualsiasi opera letteraria, lo avevano già compreso personaggi illustri come Aristotele e Dante Alighieri. Ma la “Poetica” di Aristotele e il “De vulgari eloquentia” di Dante furono il frutto di uno studio induttivo fatto su opere già esistenti, o meglio, un discorso fatto a posteriori su altri già composti (opere metalinguistiche). Nei primi decenni del Novecento, invece, con l’avvento delle scuole di creative writing, prima in America poi in Europa e infine in Italia, le tecniche poetiche sono diventate oggetto di uno studio che, partendo da opere già scritte, mira a formare nuovi scrittori e nuovi poeti.

Così, insieme alla nascita delle scuole di scrittura creativa nacque anche la spinosa querelle che ancora oggi le tormenta: “Ma si può veramente insegnare a scrivere?”.

Sicuramente uno dei meriti principali della creative writing è di aver sfatato del tutto quel luogo comune, tipicamente romantico, dell’artista che scrive sotto l’improvviso effetto dell’ispirazione. Ma il problema grave è che, morto un mito, ne è nato un altro e si è diffusa sempre di più l’idea che: “Tutti possono scrivere romanzi, racconti o poesie; basta entrare in possesso delle tecniche per farlo”.

“If one can “learn” to play the violin or to paint, one can “learn” to write, though no processes of externally induced training can ensure that one will do it well” (Filosofia della Iowa school, prima scuola di scrittura crativa)

Naturalmente i maestri migliori (e più onesti) specificano subito che la conoscenza delle tecniche di scrittura non implica il successo artistico dell’opera che gli allievi hanno intenzione di scrivere, perché, come ci insegna il mondo dell’editoria, per trasformare la nostra opera in un best seller ci vuole “talento” e forse anche qualcosa in più.

“Though we agree in part with the popular insistence that writing cannot be taught, we exist and proceed on the assumption that talent can be developed, and we see our possibilities and limitations as a school in that light. […] We continue to look for the most promising talent in the country, in our conviction that writing cannot be taught but that writers can be encouraged”  (Iowa school)

Proprio la politica editoriale dei best seller e il processo di massificazione della scrittura, inconsciamente promosso dalla creative writing, hanno partorito un’idea malsana di letteratura e in generale di scrittura.

Oggi scrivere un libro è diventato come “vincere un terno al lotto”. Basta una buona idea, imparare le tecniche per scriverla, trovare poi l’aggancio giusto per pubblicarla e il gioco è fatto: il successo (magari anche economico) è assicurato!

In una società oppressa continuamente da mezzi d’informazione, che a ogni ora del giorno comunicano notizie e le interpretano per noi, è naturale che la scrittura diventi un mezzo per affermare il proprio individualismo, per dire “Io” in un mondo che non ci ascolta (l’esempio più evidente è il proliferare dei blog online oppure, più banalmente, pensate all’uso effimero della bacheca di Facebook…).

Ma il paradosso più assurdo è che sempre più persone vogliono scrivere libri anche se, a parte i pochi testi scolastici, non hanno mai letto in vita loro!

“Il primo vero manuale di scrittura creativa sono i romanzi e i racconti degli altri, quelli che ci fanno piangere, ridere, emozionare e anche quelli che ci fanno morire dagli sbadigli. Credo che la maggior parte degli scrittori abbia iniziato a desiderare di scrivere dopo aver letto un libro talmente bello da dire: vorrei averlo scritto io” (Alessandro Perissinotto)

Tutto questo andava anche bene, almeno fino a quando non si è materializzata la crisi economica; fino a quando le librerie non hanno incominciato a chiudere e la risposta alla domanda: “Ma veramente si può imparare a scrivere?” rischia di diventare inutile, se non si risponde prima a un’altra domanda: “Ma ci sarà mai qualcuno che in futuro leggerà i libri?”.

In un articolo uscito qualche mese fa sul “Giornale della libreria” Giovanni Peresson, analizzando i dati ISTAT sulla lettura in Italia, annunciava che dal 2010 al 2011 in Italia sono “morti” 723.000 lettori. Il titolo dell’articolo citato, “Riconquistare il lettore” (Gennaio 2012) è emblematico e mostra l’unica strada percorribile per la sopravvivenza dei libri.

Per “riconquistare il lettore” si potrebbe partire dai corsi di creative writing che da fabbriche di “Scrittori mancati” potrebbero facilmente trasformarsi in officine per la formazione di “Buoni lettori”.

Per “riconquistare il lettore” si potrebbe partire dai corsi di creative writing che da fabbriche di “Scrittori mancati” potrebbero facilmente trasformarsi in officine per la formazione di “Buoni lettori”. Usando un termine preso a prestito da Nabokov:

“Il buon lettore, il lettore ammirevole, non s’identifica con il ragazzo o la ragazza del libro, ma con il cervello che quel libro ha pensato e composto. […] Al lettore ammirevole non interessano le idee generali; ma la visione particolare. Gli piace il romanzo non perché gli permette di inserirsi nel gruppo (per usare un diabolico luogo comune delle scuole avanzate); gli piace perché assorbe e capisce ogni particolare del testo, gode di ciò che l’autore voleva fosse goduto, sorride interiormente e dappertutto, si lascia eccitare dalle magiche immagini del grande falsario, del fantasioso falsario, del prestigiatore, dell’artista. In realtà, di tutti i personaggi creati da un grande artista, i più belli sono i suoi lettori”.

Piuttosto che scrivere un nuovo ciclo dei Rougon Macquart, chi termina un corso di creative writing si accosta ai libri come non ha mai fatto prima, cioè con occhio competente, perché è entrato in possesso degli strumenti necessari per gustarli a fondo. Allora perché non incentivare un “Corso di formazione per lettori competenti” e passare dall’Io della scrittura al Noi della lettura?

Una lettura che possa aiutare ad abbattere le barriere dell’alienazione sociale, a stabilire un contatto sincero con i propri simili, una lettura capace di riscoprire il senso originale della parola “Humanitas”. In questo modo la cultura non sarà più vista come elemento di distinzione, ma di coesione sociale.

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9 pensieri su “Scuole di scrittura: si può veramente insegnare a scrivere?

  1. Le scuole di scrittura creativa? Non saprei, mai frequentata una. Temo, però, che al di là di qualche accorgimento tecnico, non possano far molto. Se non hai talento, non puoi costruirlo a tavolino. Magari, poi, gli editori a pagamento ti convincono che sei un novello Proust, un Borges in erba. E tu finisci per crederci.
    Verissimo, poi, il fatto che quello italico sia un popolo di scrittori ma non di lettori. Proprio a tal proposito, esiste un libro che formula i tuoi stessi auspici:

    http://www.ibs.it/code/9788882482527/bianchi-paolo/inchiostro-antipatico-manuale.html

  2. Complimenti per l’articolo, tematica interessantissima! 🙂 Per quanto mi riguarda vedo di buon occhio queste scuole, corsi, associazioni e simili..in quanto credo che tante volte una cattiva organizzazione sia colpevole di ozio e cattivi risultati. Invece, dare alle persone occasioni, un plus cm qste scuole e ancora la possibilità di compiere una scelta tra più cose sia stimolante. In fondo, basta poco ad alimentare una passione o una voglia. Ci piace far tutto purchè nn ci siano troppe complicazioni. Pollice vero l’alto, dunque, per le scuole di creative writing. Ovviamente come in tutte le cose vale quello che facciamo noi individualmente, possono offrirci di tutto, ma quello che renderemo dipende solo da noi.

  3. Condivido tutti gli spunti critici dell’articolo e dei commenti precedenti. Non so quanto le scuole di scrittura creativa e la cattiva editoria stimolino la produzione e divulgazione della “letteratura spazzatura”, quel che è certo è che in giro ce n’è tanta, troppa. Librerie che sembrano centri commerciali, anzi discount con le offerte del giorno e i prodotti di seconda scelta sullo scaffale principale. E’ davvero indecente che la cultura letteraria vera sia stata relegata in un angolo a favore di parvenus dalla dubbia validità artistica. Dovrebbe essere il contrario! (Scusate lo sfogo).
    Non conosco esattamente i programmi di insegnamento nelle scuole di scrittura creativa ma ad intuito penso che, spesso, consistano in corsi in cui si approfondiscono tecniche ed espedienti e si stimola la creatività o la curiosità. Un po’ quello che dovrebbero fare la scuola e gli insegnanti di lettere fin dalle medie. La scuola. Ecco. A mio parere se rilanciassimo questa vecchia stramba istituzione potremmo prendere due piccioni con una fava: educare i lettori e porre basi sostanziose per formare nuovi scrittori. Senza stare troppo a pensare a scuole di scrittura e lettura e bla bla bla..Potrebbe essere una buona idea, insieme a quella di rivedere i programmi universitari di lettere (di insegnamento e di ricerca), meno analisi critica di ciò che è stato fatto e più spunti per “produrre”, “creare” nuove cose, unito alla volontà di formare adeguatamente gli insegnanti. Con la consapevolezza di fondo che l’arte non la si può insegnare, certo, tuttavia la si può capire. E capirla è il primo passo per entrarci dentro e produrla.

  4. produrre letteratura senza una base critica? Senza un approccio critico verso ciò che è stato come sarebbe possibile creare il nuovo?
    La questione dei libri nei discount: e se questo fosse il modo per ridurre le distanza tra lettore e scrittore? l’immediatezza del supermercato oppure della “non libreria” è sicuramente maggiore!!

    • sicuramente la scuola è il primo luogo in cui insegnare l’approccio con la lettura, ma il problema è che si tratta della lettura del testo o del manuale adottato. penso che sia necessario formare dei buoni lettori attraverso queste scuole per avvicinarli al mondo della cultura che, a mio avviso, dovrebbe essere fruito da tutti. ovviamente scagliare la pietra contro insegnanti, corsi di laurea in lettere e tipi di insegnamento è la cosa più semplice per chi, magari, non è a completa conoscenza della formazione che si può ricevere e, a propria volta, restituire ai futuri studenti. una conoscenza e una analisi critica dei testi è alla base di una comprensione più acuta e di una produzione che non sia, come è stato detto, quella di un discount, se questa non la si vuole, ovviamente.

      • Beh, ma è evidente che l’analisi critica non deve essere abbandonata. Non ho mai detto il contrario. Volevo semplicemente affermare che l’attività critica deve essere una base, appunto, non un fine, non un punto di arrivo dell’attività intellettuale. Deve essere da stimolo per i nuovi letterati, deve “accendere” la curiosità e la creatività, non deve essere fine a se stessa. In questo senso, il mio “meno analisi critica” non vuole sminuire l’importanza di quest’ultima, ma auspica l’incentivazione di tutta una serie di attività ad essa collaterali che possano portare alla formazione di nuovi scrittori e narratori del nostro tempo.
        Per quanto riguarda la formazione, non si tratta di uno scagliarsi in maniera semplicistica, si tratta di mettere in discussione un sistema che ha contribuito a portarci in una situazione di degrado culturale quale è quella attuale. Se tra i miei coetanei i lettori sono pochi e guardati con sospetto un motivo ci sarà no? E le scuole e le università avranno pur qualche responsabilità? Potrei riportare le mie esperienze di liceale e dire che mi sono imbattuta in docenti preparatissimi ma che poco riuscivano a stimolare gli studenti, persino quelli più attenti ed inclini alla materia. Se lo studente riesce non dico ad appassionarsi, ma almeno ad incuriosirsi, avendo per bussola un professore adeguatamente formato, sarà probabilmente un ottimo lettore da adulto. In questo senso parlavo di “formare adeguatamente gli insegnanti”, professionalizzarli nell’arte dell’insegnare, non nel trasferimento di nozioni nudo e crudo. Mi rendo conto di essere andata fuori tema principale dell’articolo, però ci tenevo a precisare alcune mie posizioni 🙂

  5. l’esercizio dialettico è fondamentale ed è un piacere potersi confrontare su un argomento così importante come la cultura, variamente bistrattata di questi tempi. Io credo che l’indagine critica sia da sviluppare o da acquisire con il tempo e con l’esperienza della lettura stessa. Che la critica possa diventare arte collaterale credo sia impossibile!

  6. Nel tempo ho seguito vari corsi e stage. Ho conosciuto Elisabetta Manfucci che teneva il corso “Camaleonte” on line e devo dire che mi ha spronato a scrivere e a leggere. Ho seguito il “Laboratorio Achille Campanile” i cui corsi di scrittura comico-umoristica sono tenuti da Pino Imperatore ed Edgardo Bellini. Per me è stato molto stimolante: mi sono dedicata con grande passione alle tecniche da loro insegnate, scrivendo, in particolare, tautogrammi (cioè testi che utilizzano tutte parole che iniziano con la stesa lettera) e, quest’anno pubblicherò una raccolta illustrata che raccoglie, appunto, quattro famose fiabe in tautogramma. Ho conosciuto anche Antonella Cilento ed i suoi stage. Da alcuni anni sono trainer di corsi di scrittura ludo-creativa e utilizzo il metodo ri-crea-attivo, che parte proprio dall’attenta analisi dei testi che “funzionano”. Trovo il vostro articolo, che ho appena letto, molto interessante e un ottimo spunto per riflettere insieme sull’importanza della scrittura e della lettura. Da anni seguo diversi scrittori e le loro evoluzioni e questo è davvero molto bello. Ho sovente notato che durante i corsi gli scrittori e le scrittrici non solo affinano le loro capacità e la loro consapevolezza, ma spesso, molto spesso, s’innamorano di un autore, di un’autrice o di un genere e, in qualche modo, diventano i loro discepoli.

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