La Carovana dei Libri: il coraggioso progetto di Jamila, libraia di Marrakech

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Ce lo racconta Sabrina Maio di ritorno dall’avventura tra montagne e deserto del Marocco

di Sabrina Maio

Diverso è il silenzio in un’oasi, in special modo nelle ore notturne, quando anche le cicale hanno smesso di frinire e si rimane soli  con un silenzio che impatta come il velluto. È un silenzio pesante che narra di venti che trasportano sabbia  tra le palme, e che solcano le montagne e le valli sconfinate del Marocco. Taghjijt è lì, in un’oasi elegante ed accogliente, colma di fiori e palme. Per arrivarci si attraversano le vallate e le montagne del sud ovest del Marocco, zona semidesertica, meno battuta dal turismo di massa che lasciamo ad Agadir col suo oceano, e che ci si presenta invece con la sua terra aspra popolata da arbusti di argan e da sparuti greggi. Per arrivare a Taghjijt si percorre una route lunga e polverosa,  infinita all’orizzonte, che taglia in due le vallate desertiche, dal color lillà per i piccoli fiori di tale colore che riescono a nascerci e sopravviverci, contornate dalla corona di montagne marocchine dal tipico color ocra. Sono ore di cammino solitario, dove al di là delle greggi di capre e dromedari, allo stato brado, si riesce ad intravedere ogni tanto un uomo che vi vaga, apparentemente senza senso, o qualche donna che cerca riparo all’ombra di qualche grande masso. Il villaggio si snoda tra interstizi di oasi ricca di palme, che dà il benvenuto già al suo ingresso, ed agglomerati di case, dove brulica la vita di tutti i giorni tra le botteghe ed i cafè, dove, assiepati, sostano in un apparente eterno gli uomini di Taghjijt che dispensano in modo accorato un bienvenue  al minimo accenno di Salam Aleikum. La strada principale è solcata da furgoncini, motocicli e dai tanti tipici carretti marocchini, ma soprattutto dalle tante biciclette dei ragazzi che vanno a scuola. Loro sono la testimonianza della grande vitalità presente nel villaggio. L’occasione di incontro è la Caravane des LivresL’idea è nata dieci anni fa a Jamila Hassoune , libraia e scrittrice di Marrakech, che grazie ad uno spirito lucido e determinato ha portato avanti  il progetto di distribuire lei stessa i libri presso le comunità rurali in Marocco, in cui l’esigenza della lettura, probabilmente è la meno avvertita al cospetto di problematiche di vita più impellenti. La lungimiranza della Hassoune è consistita proprio in ciò, nel comprendere che al discorso di diffusione della cultura e, ancor di più, nell’instillare la voglia di leggere e sapere di più,si lega indissolubilmente il processo di crescita democratica del suo Paese. E come per tutte le grandi visioni, anche dietro questa di Jamila serpeggia  un immenso amore verso il suo popolo e verso i suoi libri, raccolti ed esposti nella sua libreria nei pressi dell’Università di Marrakech. Come per le altre edizioni la Carovana, con tutti i suoi partecipanti, stranieri per lo più, oltre a portare i libri nelle scuole, ha promosso dei laboratori e dibattiti dai vari contenuti, cercando di entrare in profonda sinergia con i ragazzi e con gli abitanti del luogo. Operazione anche in questa occasione riuscitissima, grazie all’intelligenza spigliata dei ragazzi, all’apporto dei professori e delle associazioni locali che sono state enormemente accoglienti. I ragazzi hanno partecipato attivamente ai vari laboratori a loro proposti, dalla fotografia, alla redazione di articoli e giornali, alla leadership…comunque sempre il tutto incentrato sul discorso dei libri e della diffusione di cultura. I libri raccolti e portati dalla carovana di Jamila Hassoune sono stati donati ai ragazzi ed alla biblioteca delle scuole che hanno potuto così consultarli ed amarli, o imparare ad amarli. Saranno un seme dalla cui pianta potrà nascere o crearsi chissà un futuro migliore per qualcuno di loro. Sarà una finestra che si apre sul mondo, o meglio ancora un passaporto perché cultura e lettura consentono di essere veramente liberi.

Le scuole di Taghjijt sono distribuite in più edifici, divisi, tra i vari gradi d’istruzione, da un enorme atrio polveroso, assolato, in cui spiccano, a contorno dei viali che si intersecano a labirinto, le onnipresenti palme. È un viavai di ragazzi e di professori che ci vengono incontro incuriositi e vagamente intimiditi. Portare libri, oggi, nelle scuole sembrerebbe un’impresa da Don Chisciotte , dato che anche i ragazzi di Taghjijt sono affacciati sul mondo tramite i vari social network e, probabilmente, sono poco disposti alla lettura dei classici della letteratura francese o araba, come i nostri ragazzi. Ma, a ben vedere, chiacchierando con loro, la maggior parte desidera diventare insegnante e viaggiare, conoscere l’ Europa, per cui la conoscenza dei libri e della letteratura diventa indispensabile. Un ragazzo, ad esempio, conosceva Il Principe di Machiavelli, oltre ad altri filosofi europei e me ne parlava, felice di farmi contenta, nominandomi uno scrittore italiano, mentre sfogliavamo insieme testi di Binebine e di Camus. Con un professore di francese abbiamo disquisito di Pasolini e Moravia che conosceva bene. Un ragazzo era rimasto colpito ed emozionato da Bel Ami di Maupassant. Una ragazza dolcissima nel suo elegante abito sahrawi mi ha scritto più volte il suo nome su un quaderno, in perfetta calligrafia araba. Altre ragazzine curiosissime mi hanno invaso di richieste di traduzioni delle loro parole in italiano, conservando poi religiosamente le frasi, forse per poterle spendere in un eventuale rapporto epistolare oltre il Mediterraneo. Molti di loro sono figli di immigrati in Italia e Spagna, ritornati in patria a seguito della crisi e per niente scontenti di ciò. E vivendo con loro in quei giorni, adottandone lo spirito, ne ho compreso e condiviso profondamente anche i motivi. Nei loro sguardi dolci e divertiti al contempo, trapela un enorme curiosità che non sfocia mai in insolenza. Anzi il desiderio maggiore da parte di tutti è di farti essere parte completa del loro mondo. Onorati nell’accoglierti presso la propria dimora, nel farti mangiare il loro cibo con le loro modalità,  nel condividere il lungo rito del tè, accomodati sui cuscini sul pavimento, a raccontarsi le fatiche della giornata passata, sghignazzando sui vari racconti di vita. E si comprende così che la vita è uguale per tutti, a tutte le latitudini, le storie e le esperienze si ripetono. Probabilmente con modalità ed aspettative diverse,  la vita in un contesto rurale è molto meno sovrastrutturata e più vicina ad un concetto puro ed ancestrale di essa. Si vive perché vivere è un dono e lo si fa con immensa gioia perché ogni aspetto di vita, dal più doloroso al più gaio, ne dispensa tanta: la gioia dello stare insieme, del cantare e suonare i ritmi berberi, sopraffatti e storditi dal battere dei tamburi e dal vortice dei loro balli; il vivere ancora in famiglie vaste, in cui tutti danno il loro contributo in termini di attenzione e dedizione all’altro; la cura e l’abbellimento di sé dalla scelta delle stoffe colorate con cui adornarsi al disegno degli occhi con il Kajal e l’henné sulle mani ed i piedi. È ovunque un richiamo alla vita nella sua essenzialità, ma soprattutto nel suo trovare corpo nella dimensione della tribù in un’oasi fertile. Lo è persino per les nomades che accampano con le loro tende nei dintorni, cosi come le due ragazzine  del loro clan conosciute, di età indefinibile e di cui neanche loro ne erano a conoscenza, accorse paradossalmente per dieci minuti di ricarica del loro cellulare dalla nostra auto ferma nel deserto…

Le riflessioni che hanno affollato la mente e le emozioni sono state tante.

Di sicuro è stata l’occasione per vivere uno spaccato di vita che riporta indietro in un’epoca che la mia generazione non ha conosciuto e che ci è stata raccontata da quelle precedenti. Potrebbe sembrare anacronistica, e per certi versi reazionaria, l’osservazione, in chiara contrapposizione gattopardesca, che mi ha indotto a ritenere che probabilmente non dovevamo cambiare nulla per cambiare tutto nella nostra esistenza e recuperare cosi quella dimensione umana che ci spettava.

 

Professione: wedding writer

Intervista a Paolo Di Mauro, romanziere di matrimoni 

di Maria Cristina Folino

Paolo Di Maurimmagineo è uno scrittore anomalo. Innanzitutto, non è affatto sedentario, come vorrebbe il luogo comune spesso attribuito ai suoi colleghi di penna, ma nella vita si batte per i più deboli, lavorando nei centri sociali e occupandosi di progetti destinati a bambini e disabili. Trentenne, originario di Cava de’ Tirreni, in provincia di Salerno, ha scoperto la sua passione per la scrittura circa 8 anni fa. Ha conseguito un Master di Scrittura cinematografica e Sceneggiatura, ma poi la sua vita ha preso un’altra strada. Ha capito di essere bravo a raccontare le emozioni altrui, scoprendo una professione che gli consente di monetizzare questo talento: il wedding writer, ovvero il narratore dei matrimoni.
Ma non solo: attraverso il sito http://letueemozioninarrate.com/ ha già ottenuto richieste per feste di pensionamento e compleanni, e non intende fermarsi qui. Di seguito vi presentiamo, attraverso le sue parole, un’idea unica nel suo genere.
Puoi spiegarci com’è nata questa originalissima idea?
È nata su suggerimento di alcuni amici che amano leggermi e mi hanno ulteriormente incentivato a percorrere questa strada, poiché sanno che ho una grande passione per la scrittura e che riesco a scolpire nella memoria, come anche nelle parole, le emozioni percepite. Mi sono informato, e ho scoperto che la figura del wedding writer è molto rara, al momento, in Italia: così ho deciso di rendere questa mia passione una professione, raccontando nel mio stile le emozioni provate dai committenti durante l’evento e anche nella fase di pre-evento.
In che modo ti prepari a raccontare? Su cosa ti basi per scrivere la storia dell’evento?
Se si tratta di un matrimonio mi faccio raccontare dagli sposi la loro storia d’amore (come, dove, quando è nata) e partecipo di persona a cerimonia e ricevimento. Durante il banchetto raccolgo le testimonianze degli invitati sugli sposi, gli aneddoti di amici e zie, e così riesco a tracciare un racconto piuttosto fedele all’atmosfera vissuta, creando qualcosa che resta nel tempo e potrà essere sfogliato anche dopo 20-30 anni.
Com’è nata la tua passione per la scrittura? È un’eredità di famiglia?
No, il mio interesse in questo settore è nato spontaneamente; ho studiato discipline letterarie, poi ho seguito un Master in Scrittura Cinematografica e sceneggiatura. Verso i 22 anni ho scoperto che amavo scrivere e attualmente curo anche una rubrica di mini-racconti sul portale Ulisseonline, intitolata “I racconti di Ulisse”.
Il tuo progetto riguarda solo i matrimoni o anche altre tipologie di eventi?
Non riguarda solo i matrimoni: lo scorso settembre, ad esempio, ho lavorato su una festa di pensionamento.
Quali sono i tuoi prossimi progetti?
Per rendere questa mia iniziativa un’attività di lavoro continuativa, sto pensando di stringere, prossimamente, nuovi accordi con alcuni colleghi fotografi, perché la potenza delle immagini non è da sottovalutare e può sicuramente arricchire il ricordo della giornata descritto solo a parole. Inoltre, non smetto mai di dedicarmi alla scrittura e di sperimentare: il 4 dicembre scorso ho presentato a Salerno, presso il Teatro Nuovo, il libro “Le risposte che non ho avuto”, scritto a quattro mani con l’autrice Erminia Cioffi e pubblicato da Il Quaderno Edizioni e presto sarò presente a Cava de’ Tirreni per una seconda presentazione il 17 dicembre.
Nel settore del wedding writing, a tuo avviso, esistono già numerose opportunità e buoni riscontri oppure resta ancora tanta strada da percorrere?
Sicuramente c’è molta strada da fare. È vero, mi sono sorpreso nello scoprire un interesse inaspettato da parte di alcune tipologie di clienti che non credevo si sarebbero mai aperti ad un’idea di business così inusuale; però è importante diffondere sempre più la conoscenza di iniziative simili, perché, oltre alle classiche fotografie, anche le parole possono servire ad imprimere dei ricordi. Come tutti i prodotti originali, quest’idea può essere diffusa solo facendone comprendere il senso al committente.
In che modo le persone interessate possono avere la possibilità di contattarti?
Basta collegarsi al mio sito web ed accedere alla pagina Contatti, dove sono segnalati tutti i miei recapiti: http://letueemozioninarrate.com/contatti/.
Un’ennesima dimostrazione di come la Campania funga spesso da catalizzatore d’idee innovative che costituiscono la prova più tangibile dell’eccellenza dei talenti nostrani.

Vi presentiamo il nostro consulente legale: avv. Luisa Emilia Nusco

Luisa Emilia Nusco è avvocato esperto in diritto civile (con particolare riferimento alla tutela dei diritti dei consumatori), diritto del lavIMG_20140719_215913oro e della previdenza sociale. Dottore di ricerca in diritto dei rapporti economici e di lavoro, ha curato pubblicazioni su diverse riviste giuridiche (Il diritto del mercato del lavoro, Diritti Lavori Mercati, Tutela). Ha lavorato come docente a contratto presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Napoli. E’ iscritta, inoltre, all’Albo Formez come Consulente di II Livello e collabora con Enti pubblici e con un’associazione di tutela dei consumatori. E’ stata scelta dal Consiglio Nazionale Forense per partecipare a corsi di specializzazione (presso l’Università di Kansas City e presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri). Parla e scrive fluentemente in Inglese.

FAQ sul diritto d’autore

Cos’è il diritto d’autore?
Il diritto d’autore è l’istituto giuridico posto a tutela di chiunque crei un’opera d’ingegno a carattere creativo. In Italia, il diritto d’autore è disciplinato in prevalenza dagli artt. 2575-2583 del Libro V, Titolo IX, Capo I del Codice Civile e dalla legge 22 aprile 1941, n. 633 (“Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio”). Tale normativa è stata assoggettata a successive modifiche ed integrazioni volte ad adattare la disciplina prevista ai mutamenti commerciali e tecnologici. Tra le fonti del diritto d’autore si annoverano, inoltre, le convenzioni internazionali nonché le norme di diritto comunitario inerenti la materia.

Quali tipologie di opere rientrano nella tutela riconosciuta dalla disciplina sul diritto d’autore?
Ai sensi dell’art. 1 della l.n. 633/41, sono protette “le opere dell’ingegno di carattere creativo che appartengono alla letteratura, alla musica, alle arti figurative, all’architettura, al teatro ed alla cinematografia, qualunque ne sia il modo o la forma di espressione”.
Nella specie, la disciplina si applica – a titolo esemplificativo – alle seguenti tipologie di opere:
* opere letterarie, musicali, scientifiche, didattiche;
* opere e composizioni musicali, opere drammatico-musicali e variazioni musicali costituenti di per sé opera originale;
* opere coreografiche e pantomimiche, delle quali sia fissata la traccia per iscritto o altrimenti;
* opere della scultura, della pittura, dell’arte del disegno, della incisione e delle arti figurative similari, compresa la scenografia;
* disegni e opere dell’architettura;
* opere dell’arte cinematografica;
* opere fotografiche e quelle espresse con procedimento analogo a quello della fotografia;
* programmi per elaboratore, in qualsiasi forma espressi purché originali quale risultato di creazione intellettuale dell’autore;
* banche di dati, intese come raccolte di opere, dati o altri elementi indipendenti sistematicamente o metodicamente disposti ed individualmente accessibili mediante mezzi elettronici o in altro modo;
* opere del disegno industriale che presentino di per sé carattere creativo e valore artistico;
* opere collettive, costituite dalla riunione di opere o di parti di opere, che hanno carattere di creazione autonoma, come risultato della scelta e del coordinamento a un determinato fine letterario, scientifico didattico, religioso, politico od artistico;
* impregiudicati i diritti sull’opera originaria, elaborazioni di carattere creativo dell’opera stessa (quali, ad es., traduzioni in altra lingua).
Ai sensi dell’art. 5 della l.n. 633/41 non sono, invece, protetti dal diritto d’autore i testi degli atti ufficiali dello Stato e delle Amministrazioni Pubbliche sia italiane che straniere.
Inoltre, nel nostro ordinamento non è garantita tutela giuridica alle idee in quanto tali, che risultano tutelabili solo se ed in quanto sostanziate in un supporto materiale.

Come sorge il diritto d’autore e in cosa si sostanzia?
Il diritto d’autore nasce con la creazione dell’opera d’ingegno. Titolare ne è, dunque, l’autore in quanto creatore dell’opera. Ne consegue che non occorre alcuna formalità per ottenerne il riconoscimento, giacché il diritto nasce con l’opera stessa. Pertanto, obblighi quali il deposito legale non attengono al sorgere del diritto d’autore. E’ prevista la possibilità, in forma volontaria, di depositare l’opera presso una sede della Società Italiana degli Autori ed Editori (SIAE) al fine di ottenere prova certa della paternità dell’opera ed evitare i plagi.
Il diritto d’autore si sostanzia in a) diritto morale e in b) diritto patrimoniale d’autore.
a) Il diritto morale d’autore rientra nella categoria dei diritti della personalità che, per loro natura, risultano indisponibili, inalienabili, imprescrittibili, irrinunciabili.
Rientrano nel diritto morale d’autore:
•    il diritto alla paternità dell’opera;
•    il diritto alla integrità dell’opera;
•    il diritto di correzione delle bozze;
•    il diritto di pentimento.
Alla morte dell’autore il diritto alla paternità e il diritto all’integrità possono essere fatti valere, senza limite di tempo, dal coniuge e dai figli e, in loro mancanza, dai genitori e dagli altri ascendenti e dai discendenti diretti; in mancanza, dai fratelli e dalle sorelle e dai loro discendenti. Ciascuno di essi può agire in assenza del consenso da parte degli altri.
E’ tuttora controversa la riconducibilità al diritto morale ovvero (secondo la dottrina prevalente) al diritto patrimoniale del diritto di inedito.
b) Il diritto patrimoniale d’autore si sostanza in una serie di diritti di utilizzazione economica dell’opera, a beneficio dell’autore. Ai sensi dell’art. 12 l.n. 633/41, l’utilizzo economico dell’opera può avvenire in ogni forma e modo.
I diritti patrimoniali hanno, di regola, durata pari alla vita dell’autore e fino a 70 anni dopo la morte di questi. In particolare, dopo la morte dell’autore, il diritto di utilizzazione dell’opera (salvo diversa disposizione dell’autore ovvero diversa decisione dell’autorità giudiziaria) resta indiviso fra gli eredi per il periodo di tre anni. Decorsi i tre anni, gli eredi possono accordarsi affinché il diritto resti in comunione per la durata da essi fissata. La gestione spetta, in tali ipotesi, ad uno dei coeredi o a persona  estranea alla successione, in mancanza dei soggetti di cui sopra, spetta alla SIAE.
I diritti di utilizzazione economica, a differenza dei diritti morali, possono essere trasferiti oppure, in taluni casi, degradati a diritti a compenso in caso di utilizzazione dell’opera da parte di terzi.
Si annoverano tra tali diritti, in particolare:
•    il diritto di pubblicare l’opera;
•    il diritto di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo;
•    il diritto di riprodurre l’opera in ogni modo e forma;
•    il diritto di comunicare al pubblico l’opera;
•    il diritto di distribuire l’opera;
•    il diritto di tradurre l’opera;
•    il diritto di elaborare l’opera;
•    il diritto di modificare l’opera;
•    il diritto di autorizzare il prestito dell’opera.

Che cosa è il contratto di edizione?
Il contratto di edizione è definito – ai sensi dell’art. 118 l.n. 633/41 – “il contratto con il quale l’autore concede ad un editore l’esercizio del diritto di pubblicare per le stampe, per conto e a spese dell’editore stesso, l’opera dell’ingegno”. Elementi fondamentali di tale tipologia contrattuale sono, quindi:  a) l’accordo inter partes per la costituzione in capo all’editore di un diritto assoluto di pubblicazione dell’opera a stampa; b) l’assunzione da parte dell’editore di un’obbligazione di stampare e distribuire l’opera a proprie spese. il contratto è valido anche qualora il consenso sia stato scambiato senza alcuna particolare formalità. Tuttavia, ai sensi dell’art. 110 l.n. 633/41, la forma scritta è richiesta ai fini della prova giudiziale del contratto. Ne consegue che non è ammessa la prova per testi né per presunzioni (salvo perdita del contratto in assenza di colpa). Tale limitazione opera – chiaramente – con riguardo ai due elementi fondamentali del contratto sopra indicati, e comunque limitatamente alle controversie insorte tra autore ed editore.
Il contratto di edizione è un contratto di durata. A tutela dell’autore quale contraente debole, la normativa applicabile statuisce una serie di limiti inderogabili alla durata del rapporto. Ai sensi dell’art. 119, co. 1, l.n. 633/41, il contratto non può avere una durata superiore a quella residua dei diritti patrimoniali d’autore sull’opera negoziata. Ai sensi dell’art. 122, co. 5, l.n. 633/41, inoltre, per tutte le opere diverse da enciclopedie, dizionari, schizzi, disegni, vignette, illustrazioni, fotografie e simili, opere di cartografia, opere drammatico-musicali e sinfoniche, il contratto non può avere durata superiore a vent’anni dalla consegna del manoscritto completo. La violazione di tale termine comporta la nullità del contratto ex art. 1418 c.c. Ed ancora, ai sensi dell’art. 120 n. 2 della medesima legge, per le opere ancora da creare sulle quali sia prevista la costituzione di un diritto esclusivo, il contratto non può avere durata superiore a dieci anni.
Alla scadenza del termine pattuito l’editore deve cessare la riproduzione e la distribuzione degli esemplari dell’opera già realizzati. Decorsi i termini di durata massima prima ricordati, nulla osta a che le parti pattuiscano in forma scritta la continuazione del contratto per un nuovo periodo di tempo, oppure lo sostituiscano con uno nuovo. Tanto, tra l’altro, al fine di consentire all’autore di rinegoziare ex novo le condizioni della pubblicazione dell’opera anche alla luce di un eventuale successo commerciale.


In quali casi cessa il contratto di edizione sottoscritto tra autore ed editore?

Sono numerosi i casi in cui si verifica la cessazione del contratto di edizione. A titolo esemplificativo si indicano i seguenti casi di cessazione:
* anteriormente alla scadenza del termine fissato tra le parti:
– per mutuo consenso (ex art. 1372 c.c.);
– per esercizio del diritto di recesso convenzionale eventualmente previsto in contratto in favore di una sola delle parti (ex art. 1373 c.c.);
– per recesso penitenziale ai sensi dell’art. 142 l.n. 633/41, che assegna all’autore il cd. “diritto di pentimento” finalizzato al ritiro dell’opera dal commercio qualora «concorrano gravi ragioni morali» ostative dell’inizio o della continuazione della sua pubblicazione;
– per recesso penitenziale ai sensi dell’art. 124 l.n. 633/41, in base al quale nei contratti che prevedono più edizioni è riconosciuta all’editore la facoltà di sciogliersi ex nunc dal vincolo ogni volta che l’edizione in corso vada ad esaurirsi.
* quale rimedio a situazioni di patologia del contratto:
– per inadempimento delle obbligazioni nascenti dal contratto (ex art. 1453 ss. c.c.);
– per risoluzione (anche parziale) del contratto nel caso di inadempimento da parte dell’editore dell’obbligazione di pubblicare (o anche soltanto riprodurre) l’opera entro il termine fissato (ex art. 128 l.n. 633/41);
* per impossibilità sopravvenuta della prestazione:
– per morte o altra causa generatrice dell’impossibilità definitiva per l’autore di portare a compimento l’opera ancora da creare (ex art. 134 n. 3 l.n. 633/41);
– nel  caso in cui l’opera non possa «essere pubblicata, riprodotta o messa in commercio per effetto di una decisione giudiziaria o di una disposizione di legge» (ex art. 134 n. 4 l.n. 633/41);
– per insuccesso dell’opera (ex art. 134 n. 2 l.n. 633/41).
Fermo quanto sopra, valga precisare che il fallimento dell’editore non rientra tra le cause di cessazione automatica del contratto. La normativa assegna, in tale ipotesi, al curatore il termine di un anno dalla dichiarazione di fallimento per decidere di : a) continuare i contratti di edizione in corso nell’ambito di un più ampio esercizio provvisorio dell’impresa editoriale; b) cedere uno o più contratti oppure c) l’intera azienda editoriale; d) non effettuare alcuna opzione, con conseguente cessazione di tutti i contratti (ex art. 135 l.n. 633/41).
E’, inoltre, da ritenersi ammissibile la cessione dell’intero contratto di edizione con il consenso dell’autore, nonché la cessione dei soli diritti di sfruttamento economico dell’opera.

Paestum vista dai “piccoli”. Avventure e disavventure di una piccola casa editrice

Paestum vista dai “piccoli”. Avventure e disavventure di una piccola casa editrice

La Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum è appuntamento atteso da molti addetti ai lavori e appassionati in tutto il mondo, e anche quest’anno ha praticamente fatto il pieno, nonostante la crisi. Un’occasione per informarsi sulle ultime novità dal mondo dell’archeologia preistorica, classica e medievale, libri compresi. Ed ecco dunque presenti le riviste in tema come Archeo, Medioevo, Archeologia viva, le grandi case editrici specializzate come la Giunti.

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Si nota, però, l’assenza delle piccole case editrici, che di solito affidano i loro libri alle associazioni per farli conoscere. E lo sa bene Cinzia Rosati, salernitana di origine, ligure di nascita, veronese di adozione, fondatrice e titolare della casa editrice Dielle, specializzata in pubblicazioni sul mondo dell’antichità classica:

«Devo ringraziare il Gruppo Archeologico Salernitano, che ci ha ospitato nel suo spazio. È un problema di tutte le grandi fiere in Italia, anche delle grandi fiere editoriali come quella di Torino: il costo di uno spazio per esporre in genere è molto alto, troppo per una piccola casa editrice come la mia. Quella del viaggio è già una spesa importante, e non è giusto mettere la mia casa editrice, che stampa un libro all’anno, sullo stesso piano di un grande editore che ne stampa 1000.»

La Dielle è una casa editrice giovane, ha solo tre anni, ma ha già collezionato il Premio Qualità alla Rassegna della Microeditoria di Chiari per due anni consecutivi, per la collana “Monete di Roma”.

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«Aprire una casa editrice sembra semplice, ma non lo è,» sottolinea Cinzia. «Una volta che l’hai aperta devi farla camminare, e una casa editrice piccola nuota come un pesce rosso tra gli squali, e per giunta questo è un momento difficile per tutti, per colpa della crisi. La Dielle pubblica un libro all’anno, e già questo è un investimento non indifferente».

La scelta della Dielle si può riassumere in tre parole: divulgazione di qualità. «Non mi interessava pubblicare volumi tecnici riservati solo ad una ristretta élite di specialisti della storia o dell’archeologia; così ho puntato ad uno stile innovativo, accattivante ma storicamente rigoroso, che facesse scoprire ad un pubblico più vasto possibile un mondo sconosciuto. La collana “Monete di Roma”, ad esempio, non è composta da manuali di numismatica, ma da biografie che raccontano la storia degli imperatori romani attraverso il verso delle monete da loro fatte coniare: volumi dal taglio semplice e appassionante, un modo diverso e insolito di raccontare la storia dell’antica Roma. E la mia scelta è stata premiata, ricevendo tantissimi feedback positivi. Questo vorrà pur dire qualcosa, no?».

Con la Campania, Cinzia ha un rapporto particolare, anche al di là delle sue origini salernitane: «Le prime istituzioni che hanno richiesto i miei libri sono state quelle campane, e cioè il Museo Archelogico Nazionale di Napoli e gli scavi di Pompei ed Ercolano. Non credo affatto che il problema sia solo della Campania, è l’Italia in generale che sembra soffrire di un disinteresse della cultura, anche se c’è tanta voglia di farla emergere.».

Ricetta di Cinzia per dare una mano alle piccole case editrici? «Basterebbe creare dei poli per i piccoli e medi editori con una fiera tutta per loro al Nord, una al Centro e una al Sud, oppure dedicare, nelle grandi fiere editoriali, uno spazio apposito, alla microeditoria, con costi proporzionati alle loro possibilità e che sia visibile alla pari di quello riservato alle grandi case editrici.»

Federica Garofalo

Salerno in Fantasy: la Storia e le storie

Non sarà il Lucca Comics, ma, almeno nelle intenzioni degli organizzatori, è un inizio: per la prima grande rassegna del Sud dedicata a tutte le declinazioni del fantastico, erano attese 5000 presenze, con prenotazioni anche da Taranto, Torino e Venezia.
Una cosa è certa: la prima edizione del festival Salerno in Fantasy non si è limitata ai giochi di ruolo, ai videogiochi e alle sfilate di cosplay. Per quattro giorni, dal 28 al 31 agosto, le quattro terrazze del Parco del Seminario a Salerno hanno ospitato spettacoli dal vivo di danza, teatro e musica, artisti di strada, presentazioni di nuove idee come un gioco da tavolo nuovo di zecca sulla storia salernitana, momenti di riflessione sul cinema e sul fumetto, con la presenza della ormai storica scuola di fumetto di Salerno.
Non poteva mancare uno spazio dedicato al Medioevo, reale o immaginato, con, tra gli altri, anche la Gens Langobardorum, che per l’occasione ha presentato il progetto di uncorso di scherma altomedievale.

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Non sono mancati i momenti letterari, ospiti scrittori di fama nazionale e internazionale come Fabio Cicolani, Davide Cencini e Francesco Falconi. Protagonisti di Salerno in Fantasy, ovviamente, sono i bambini, attraverso laboratori di tutti i tipi, dalla scultura al tiro con l’arco. Perfino uno di scrittura creativa, a cura della libreria per l’infanzia Saremo Alberi; li guida in questo viaggio la scrittrice di fiabe Rosa Tiziana Bruno, nata a Napoli ma in realtà salernitana, il cui libro più famoso, Ladri di favole (EdiGiò, 2008), è addirittura usato come testo integrativo nelle scuole elementari. Guidati da Tiziana, i bambini hanno costruito una storia, con tanto di illustrazioni, dimostrando un entusiasmo e una creatività che potrebbe lasciare sbigottiti noi adulti.
«È falso che i bambini di oggi siano “monopolizzati” dai videogiochi, anzi, leggono più degli adulti, – assicura da parte sua Tiziana. – Ho notato che ai festival letterari sono proprio i bambini i più interessati. Il problema è che gli adulti non alimentano questa loro passione: i genitori non trasmettono più l’idea che il libro sia un oggetto prezioso, nelle camerette non c’è più nemmeno l’angolo lettura che c’era ancora quando io ero bambina, con libreria e scrivania, sostituito dall’angolo computer. Da questo punto di vista, le librerie per bambini hanno una grande importanza, e mi sorprende che in una città di provincia come Salerno questa sia una realtà, mentre Napoli non ne ha nemmeno una.»
Non è solo questa l’unica cosa che non torna per Tiziana: «Ogni grande città d’Italia ha la sua grande casa editrice, e non mi spiego che Napoli, pur essendo un polo culturale piuttosto vivace, sia l’unica a non averne; la Campania è praticamente assente dal panorama editoriale perché le sue case editrici sono poche e piccole. Non parliamo poi di quelle per bambini e ragazzi, che mancano completamente. Temo che la Campania si stia convincendo essa stessa di essere il Bronx d’Europa, e si stia adagiando su questo stereotipo, invece di reagire in nome della bellezza, che è sempre stato il suo cavallo di battaglia.»
Insomma, la parola chiave è “bellezza”, e quella alla Campania non manca di certo. «Sono nata in una città votata al mare come Napoli, che addirittura è nata con il nome di Partenope, una sirena, e vivo in una città, Salerno, affacciata sul mare e con alle spalle una montagna; le mie fiabe, dunque, sono spesso ambientate sul mare, e il mio linguaggio profuma di Napoletano, anche senza volerlo. Inoltre i laboratori di scrittura creativa che affronto insieme ai bambini sono spesso incentrati sulla tematica del cibo, sulle nostre tradizioni alimentari e sulla dieta mediterranea: una volta abbiamo raccontato perfino la storia del babà.»
Natura e cultura certo, ma anche Storia, che per Tiziana è soprattutto un serbatoio di storie: come il romanzo ambientato a Pompei che ha nel cassetto. «È un mio vecchio progetto, da sempre volevo scrivere un romanzo storico rivolto soprattutto ad un pubblico di pre-adolescenti, ma che andasse bene per tutte le età, – confessa. – Ho cercato di ricostruire una Pompei più storica possibile, e prima di scrivere mi sono documentata tantissimo, ma è inevitabile attingere da quello che è oggi il territorio vesuviano; anche perché, studiando l’antica Pompei, ho scoperto che non siamo poi così diversi da allora, per tante cose.»
Tiziana confida poi di avere un sogno: un romanzo che racconti la Scuola Medica Salernitana. «Quando andavo a scuola, la storia era la mia materia preferita, in particolare avevo il pallino della storia romana. Crescendo, poi, mi sono appassionata al Medioevo, perché somiglia più a quello che sono io: apparentemente immobile, ma in gran fermento. La fiaba, poi, è medievale per antonomasia: sono le storie raccontate dalla vecchia paesana, sempre le stesse, anche se magari sono ambientate su Marte. Vorrei che il mio romanzo sulla Scuola Medica Salernitana sia uno strumento leggero per avvicinare non solo i ragazzi, ma anche gli adulti al Medioevo, e al Medioevo nostro, quello del Sud, della Campania, di Salerno; ma ciò che vorrei più di tutto, attraverso la Storia, è raccontare una storia, una storia che parli di incontro.»
Su questo Tiziana non ha dubbi, e lo conferma lo sguardo soddisfatto che gira su tutto ciò che sulle quattro terrazze parla di creatività, finalmente libera di sbizzarrirsi in mille modi diversi. «La materia prima c’è, basta stimolarla. Bisogna riprendere a raccontare e ad ascoltare storie, come le generazioni passate hanno sempre fatto: farà bene non solo ai bambini, ma anche agli adulti, perché raccontare storie risveglia il bambino che c’è in ognuno di noi. Infatti, quando scrivo fiabe, cerco di creare qualcosa che possa attrarre anche i genitori.»

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La disoccupazione giovanile in Campania

Se l’Italia non è un paese per giovani, la Campania lo è ancor meno.

Secondo la Cgia di Mestre la disoccupazione giovanile “reale” presente in Campania è al 51,1%. I dati, che sarebbe riduttivo definire allarmanti, sono riferiti al 2° trimestre 2011 (ultimo dato disponibile a livello regionale) e includono anche gli inattivi, ovvero quei soggetti che, per effetto della crisi, hanno deciso di non cercare più un lavoro.

Questo vuol dire, per usare parole di Giuseppe Bortolussi, segretario della CGIA di Mestre, che <<In Sicilia, in Sardegna, in Calabria ed in Umbria il tasso di disoccupazione, al netto degli scoraggiati, è superiore al tasso di disoccupazione reale da noi calcolato>>.

Ormai anche  la speranza di trovare un’occupazione sta  abbandonando i campani.

Ed è proprio questa progressiva perdita di fiducia nelle istituzioni e nella società, l’amara consapevolezza che “niente cambierà”, a pesare, ancor più dei dati percentuali e delle statistiche già di per se catastrofiche.

Anche dal “Rapporto sull’Economia della Campania” della Banca d’Italia emerge che il Pil nel 2012 si è contratto ancora del 2,6%, contro la media italiana del -2,4%. E anche se nel 2012 il numero di occupati ha registrato una crescita dell’1,3%, la situazione resta drammatica.

La crescita, se continuasse su questi ritmi – dicono i tecnici di Bankitalia – impiegherebbe ben 31 anni a raggiungere la media nazionale.

Ricercare le cause di un fenomeno ormai endemico in tutta l’Italia meridionale sembra impossibile e contro producente. Molto probabilmente finiremmo semplicemente con l’elencare colpe su colpe, scadendo in un’infinità di luoghi comuni, additando ora questo ora quello come i principali responsabili del disastro. In una sequela infinita di accuse, simile alle bagarre di “quei programmi demenziali con tribune elettorali” (per citare Battiato). Eppure, una cosa è certa:

Nonostante le ultime riforme del mercato del lavoro il problema della disoccupazione giovanile persiste e secondo Francesco Pastore, professore di Economia Politica presso la Seconda Università degli studi di Napoli: <<L’alta disoccupazione giovanile in Campania è la conseguenza di politiche economiche inadeguate>>. In particolare per Pastore <<Il motivo principale va ricercato nella rigidità e inefficienza del sistema di istruzione e formazione professionale, che si caratterizzano per la bassa qualità dell’offerta>>.

Il budget destinato alle politiche giovanili è insufficiente e bisogna rilanciare un nuovo tipo di apprendistato.

A Salerno, il 13 Luglio l’associazione culturale “Felix” propone un incontro video-letterario per interrogarsi e costruire. L’appuntamento è alle ore 19 all’ex Museo del Falso (Via di Porta Elina, a Salerno, presso il Museo Archeologico Provinciale). L’ingresso è libero e aperto a tutti.

“Precari operosi: tra immagini e scrittura” è il seguito dell’incontro cinematografico-letterario dello scorso 10 marzo dal titolo “Precari: tra immagini e scritture”.

Si parlerà di precari che hanno scelto di reinventarsi (ma talvolta proprio “inventarsi”) un lavoro. Di tutte le sfide che hanno dovuto sostenere per fare della loro precarietà un motivo di riscatto. Un trampolino per lanciarsi, senza paracadute, in nuove sfide esistenzialiImmaginedi lavoro e affettive.

 

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“Ring” di Andrea Manzi

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Corpo e mente. Azione o linguaggio. E’ oltremodo un azzardo provare ad immaginarsi un teatro altamente poetico, poiché, come sostiene il Secondo Uomo, “La parola e il pensiero si avvolgono e schizzano fuori senza senso“, ma “Noi abbiamo nostalgia dei corpi e dei luoghi. La parola, da sola, muore“. Dunque, qualsiasi racconto, privo di un effettivo riscontro storico (la realtà dei personaggi) diventa manchevole della “mitizzazione” o “presenza corporea” necessaria a celebrarlo e ricordarlo; per cui, cadrà nel vuoto.

Nella ricca terminologia di Manzi ricorre, in verità, un unico intento: coniugare le diverse forme d’arte (o quelle da lui più amate, nella fattispecie poesia e teatro) per arrivare alla descrizione della realtà attraverso un linguaggio multiforme, ovvero l’organismo unico fatto di cervello e membra. Come sembra suggerire il Primo Uomo in una delle ultime battute, Pierpaolo (Pasolini) “s’aggira con la faccia di Dio“. La sintesi perfetta, cioè, non proviene dal debole esercizio umano ma dalla perfetta cognizione dell’Arte e delle sue possibilità. Dunque, l’uomo-verbo e l’uomo-attore che abitano l’artista devono cercare di convergere insieme nella ricerca di una descrizione pragmatica del contingente: una ricerca, questa, che Manzi espleta attraverso il paradigma dell’extracomunitario sofferente.

Ma attenzione: questo implica che l’artista genera Arte dalla Verità e che, dunque, ogni tentativo di falsificazione (il racconto formalmente perfetto, ma non reale) è destinato ad una fortuna effimera, in un mondo affamato di contrasti e sete di conoscenza. Se il Reale deve far pace con l’Artefatto, anche il vate deve riunirsi alle manifestazioni del corpo per incamminarsi verso la sua sublime meta – peraltro sotto gli sguardi ammirati degli uomini non-artisti e non-attori, gli Scienziati. Manzi rivela ottimamente le contraddizioni della cultura dell’Arte, spesso settorializzata – eppure mai divisa internamente sul piano degli intenti: qualcosa di vero dovrà pur esserci, qualcosa di bello dovrà pur consolare gli sfortunati mmigrati (o comunque spettatori). L’autore ha dunque colto l’essenza: come in un cerchio eterno e perenne, che si rincorre all’infinito, l’arte necessita di essere umanizzata e diventare necessaria, pur basandosi sulla bellezza formale e stilistica – il vero che rincorre la poesia, per la memoria dei posteri. E dunque, con l’instaurazione di un nesso tra narrazione, memoria e realtà storica, è possibile affermare che Manzi ha già trovato la sintesi cercata: e adesso, ai futuri eredi di Pasolini, non resta che concretizzarla.

Il Precariato nei libri, nell’editoria e nella Vita.

Da Generazione mille euro di Antonio Incorvaia e Alessandro Rimassa, alle poesie di Amore Precario di Walter Giannò, passando per i consigli di Lorenzo Ait in La Rivoluzione dei precari e Il Mondo deve sapere di Michela Murgia. Aumentano sempre di più gli autori che  scelgono di raccontare la condizione d’instabilità in cui versano tanti giovani lavoratori. Sembra che proprio l’instabilità sia diventata la base fondamentale della letteratura degli anni ’00. Una letteratura in cui, in forme, toni e modi diversi, il Precariato ha assunto un ruolo predominante. Proprio perché predomina nella realtà, e nella vita dei tanti autori che ne raccontano il vuoto e l’assenza di certezze che esso provoca.

Non servono chissà quanti dati per convincerci che il mondo descritto nei libri “A sfondo precariato” non è un mondo immaginario, ma è la realtà della vita quotidiana. Lo stesso settore da cui provengono i libri, il mondo dell’ editoria e dell’industria culturale, è un ambiente lavorativo da tempo popolato da precari: tanti giovani laureati e masterati, pronti a tutto pur di lavorare e mettere a frutto le conoscenze acquisite a costo di grandi sacrifici (economici e intellettuali). Un’ambizione che gli Imprenditori Culturali conoscono bene e sanno sfruttare per far firmare loro contratti a progetto con i quali i precari si trovano spesso a svolgere anche ruoli di responsabilità, mal retribuiti, e che spetterebbero a dei dipendenti con posto fisso.

Il Precariato, nel mondo culturale ed editoriale, coincide spesso con lo sfruttamento dei sogni della gente.

Sul web le testimonianze sono numerose. La storia di Elena Orlandi e quella anonima raccontata sul Blog di Loredana Lipperini sono solo le più significative. Tutte queste storie lamentano l’assenza di futuro. I firmatari di un contratto a progetto con una casa editrice lavorano alla giornata sulle commesse e gli incarichi che di volta in volta ricevono. Vivono nell’incertezza. Perché non sanno se a fine anno il contratto a progetto sarà rinnovato oppure no. Le conseguenze di questa condizione sono disastrose. Si inizia a odiare il vicino di scrivania, perché potrebbe essere un potenziale rivale. Si accetta qualsiasi incarico, a qualsiasi prezzo. Perché c’è il rischio che, non accettando, l’azienda trovi qualcun altro che svolga lo stesso lavoro a un costo inferiore.

Per queste persone, come per tanti altri precari in altri settori, pianificare il futuro è impossibile. Aprire un mutuo per comprare casa, diventa troppo rischioso. Avere dei figli, talvolta anche sposarsi, spesso, restano solo dei bei sogni.

Intanto nel mondo editoriale nascono in continuazione nuovi master, nuovi corsi di alta formazione e scuole di specializzazione, spesso costosissime, per formare nuovi laureati e introdurli in un meccanismo divenuto ormai perverso. Nessuno parla del tema dei diritti del lavoro e dei rapporti tra le case editrici e i loro collaboratori. Sul web non mancano gli appelli. Come, ad esempio, quello della Rete dei Redattori Precari, che ha sottoposto al presidente dell’associazione AIE Sette Domande Scomode.

Le risposte però, non arrivano.

Infine, rimpicciolendo sempre di più lo zoom, ci si rende conto che il problema del precariato nell’industria editoriale è solo uno dei tanti volti di una crisi occupazionale più ampia, che interessa il mondo della cultura nella sua totalità. Anche in questo caso non mancano gli appelli collettivi (come quello uscito sul Corriere della Sera) mossi da giornalisti, ricercatori, operatori nel mondo della comunicazione e professori che chiedono una maggiore attenzione delle istituzioni verso il problema.

Anche l’Associazione culturale “Felix” è molto sensibile a questa condizione di instabilità. Proprio per questo i suoi soci hanno organizzato per Domenica 10 Marzo 2013, presso il Teatro studio Apollonia di Via San Benedetto (Salerno), una giornata di dibattito intorno al tema del precariato. Si partirà naturalmente da opere artistiche e culturali di alto livello, prodotte da autori giovani. Il dibattito, infatti, sarà stimolato dalla visione di un bellissimo film, intitolato La ballata dei precari, di Silvia Lombardo, dalla lettura di alcune poesie dalla raccolta Ho tutto in testa ma non riesco a dirlo (autori vari) e da alcune pagine del romanzo Infine chiedete aiuto. Storie di abbrutimento stipendiato, di Marco Bifulco.

LOCANDINA - Precari tra immagini e scrittura

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Scuola: la nuova Chimera

“Non bisogna ammetterlo ma di tutto ciò che facciamo qui a scuola dalla mattina alla sera, cos’è che ha uno scopo? Che cosa se ne ricava? Per sé, voglio dire […]. Sappiamo di aver imparato questo e quello […] ma dentro siamo rimasti vuoti”.

Sono parole del Giovane Törless di Musil che Franco Moretti (fratello del ben più noto regista Nanni) commenta magistralmente in questo modo: “Ma dentro… Ecco il difetto della scuola: insegna ‘questo e quello’, dedicandosi al versante oggettivo della socializzazione […]. La scuola si occupa di mezzi, non di fini; di tecniche, non di valori. Purché sappia la lezione, un alunno non è tenuto a credere nella sua verità.” (Il Romanzo di Formazione).

Proprio da queste parole vuole partire la mia riflessione sulla scuola pubblica, ormai ridotta dalle numerose riforme (Berlinguer, Moratti, Fioroni, Gelmini) a una caricatura goffa e grassa della mitologica Chimera. La bestia mitica, formata da parti del corpo di animali diversi, rende perfettamente l’idea del problema. Se una volta, come dice Moretti, la scuola insegnava almeno “questo e quello”, ora, il semplice fatto che un consistente numero di persone frequenti dei corsi di creative writing, in cui rudimenti di natura poetico-narratologica sono venduti come se fossero arcani segreti, la dice lunga sui metodi di insegnamento usati dall’attuale corpo docenti.

E sottolineo l’attuale corpo docenti, perché sono fermamente convinto dell’esistenza di un intero popolo di giovani professori, molto simili al Robin Williams del film “L’attimo fuggente”, che da anni attendono invano di essere iniziati ai chimerici ingranaggi della scuola pubblica per poterli lubrificare dall’interno.

D’altronde sono gli stessi professori universitari a dire che i correnti metodi pedagogici sono ricoperti dalla muffa: “Non appena […] la poesia approda alla scuola secondaria e diventa disciplina, programma obbligato e svogliatamente svolto, materia museale, storia della poesia – secondo l’inveterata consuetudine storicistico-idealistica che ancora informa il nostro ordinamento scolastico – anziché poesia in atto, in scena o semplicemente in pratica, quella spinta giocosa e istintiva impallidisce e declina, diventa peso, fatica, archeologia del linguaggio, modo complicato e ampolloso di ornare concetti semplici […]”. Così Alberto Bertoni in un recentissimo libro (La poesia Contemporanea, Aprile 2012).

Ma gli esperti demagoghi della parola pubblica, ovvero i conduttori delle edificanti trasmissioni televisive che, quotidianamente in onda da una torre d’avorio, discutono di politica e società; direbbero che alla base di una didattica ormai guasta e obsoleta converge una concomitanza di rapporti di causa-effetto, tutti terminanti con il suffisso “–logici”: politologici, sociologici, antropologici, psicologici, pedagogici, ecc. ecc.

Questi signori dimenticano, o fanno finta di non vedere, la radice del guasto:

Come si può incentivare lo studio con la meritocrazia quando i numerosi exempla forniti dalla nostra brillante classe dirigente, puntualmente, disattendono questo principio?

Oltre alla meritocrazia l’altro grave problema che affligge l’insegnamento è la vittoria sulla cultura della televisione e delle arti passive, cioè quelle arti che:

“Non creano necessariamente consenso, ma una subordinazione alla loro versione della realtà”

(Northrop Frye, Cultura e miti del nostro tempo).

La chimerica istituzione pubblica non insegna più. Al suo posto ci pensa la televisione ad allevare la nostra prole di ragazzini e a formarli a pane e “Grande Fratello”.

Nel 1967 proprio il critico canadese, Northrop Frye, in una serie di conferenze tenute per il centenario della fondazione del Canada, parlava del tempo libero paragonandolo ad un campo di battaglia. Una scacchiera su cui le arti attive (letteratura, musica, pittura, scultura, etc…) e quelle passive (pubblicità e propaganda) si contendevano il predominio sull’istruzione, e quindi sulla mente, dell’individuo. Oggi, a distanza di quarantacinque anni dai discorsi di Frye, possiamo facilmente intuire chi è il vincitore di questa battaglia.

Se ai tempi di Frye un ragazzo poteva ancora chiedersi: “Leggo un libro o accendo la TV ?”, oggi questa domanda non viene più formulata: i ragazzi accendono direttamente la TV.

Ma l’esempio più evidente dell’effetto corrosivo della televisione non è rappresentato tanto dai libri, quanto dai Conservatori musicali. Nel momento in cui la nascita, la formazione e la maturazione di un musicista, di un cantante o di un ballerino, diventano uno show televisivo (montato ad arte come il più melodrammatico dei feuilleton) chi crederà più nel “Potere formativo” dei Conservatori, quando questo “Potere” è nelle mani della televisione e degli spettatori da casa (i cui giudizi sono alquanto discutibili)?

Ed è così che i Conservatori sono diventati dei simulacri vuoti, pallido riflesso di un glorioso passato.

La corrosione dei mass media sulla cultura ha trovato campo libero proprio perché l’immagine della “Cultura” si trova in un rapporto simbiotico con la “Scuola”. Parlare di “Cultura” con un sedicenne significa parlare di “Scuola”. I libri, le poesie, la letteratura, tutto è “Scuola”. Inutile dire che “Scuola” significa anche “Noia” e quindi, per una banale sillogismo, anche “Cultura” significa “Noia”.

Di fronte a queste difficoltà Internet, come ho già detto più volte, può essere lo strumento giusto per creare una nuova Arcadia. Un luogo dove chi è interessato potrà discutere di problemi del presente, di tendenze letterarie e dove, soprattutto, si potranno formare nuovi lettori.

In questo modo chi ama i libri non si sentirà più “Unico al mondo”, ma potrà trovare un rifugio che vuole essere anche un punto da cui ripartire…

… per costruire una nuova idea di Cultura.

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