Il complesso dell’Annunziata: uno scrigno che racchiude l’anima più vera di Napoli.

di Luisa Emilia NuscoDSC03535

La visita al complesso dell’Annunziata di Napoli, sito nello storico quartiere Pendino, a Forcella, è un percorso che ti colpisce sotto molti – e a volte inaspettati – punti di vista e che ti accompagna piano piano fino a far vibrare le corde più profonde e più intime della tua coscienza, divenendo alfine un vero percorso interiore.
E ti accorgi ben presto che la sua struttura composita, che accoglie la Basilica della SS. Annunziata Maggiore (al cui interno si distinguono a sua volta numerosi ambienti di enorme pregio artistico), il Succorpo, la Santa Casa dell’Annunziata, il locale della Ruota, il cortile monumentale, corrisponde alla pluralità di anime di questo luogo, che è al contempo luogo di arte, di storia, di fede, di cultura, di memoria, di dolore, ma anche di speranza.

L’ingresso del complesso si raggiunge percorrendo le strade di Forcella, pieno centro di Napoli ma ancora oggi periferia sociale, addentrandosi tra sampietrini e blocchi di basalto, all’ombra dei casermoni dall’intonaco scrostato e dai balconi con i panni stesi. Non è un caso che il sito resti ingiustamente un po’ defilato rispetto ai classici itinerari turistici.

Il consiglio è quello di iniziare l’itinerario dalla Basilica, che si erge su un territorio che era situato in prossimità dell’antica cinta muraria della città di Neapolis, adibito alle Terme e poi, probabilmente, al Ginnasio. La prima chiesa – di cui restano poche tracce – risale al XIV sec., mentre numerose fonti storiche restano a celebrare la magnificenza della nuova chiesa, il cui progetto venne avviato a partire dal 1513 c.a., e che vide negli anni successivi l’intervento dei più illustri artisti del Regno di Napoli in una impo191487_0_0nente opera di decorazione. Capolavori andati purtroppo distrutti nel terribile incendio del 1757 che ha risparmiato solo la Sacrestia, la Cappella del Tesoro e la Cappella Carafa, tuttora accessibili ai visitatori. I lavori di ricostruzione (ultimati intorno al 1782) vennero affidati al grande Luigi Vanvitelli, in quel periodo impegnato nella realizzazione della Reggia di Caserta.

Di particolare suggestione, all’interno della Basilica, è proprio la Cappella del Tesoro, non solo per l’incommensurabile valore artistico delle splendide decorazioni cinquecDSC03537entesche che la adornano, ma anche per la profonda spiritualità che è in grado di trasmettere. Al suo interno, infatti, furono collocate numerose nicchie contenenti reliquie dei Santi, di cui otto ospitanti altrettanti busti in argento con i sacri resti dei martiri, poi sostituiti da busti in legno dorato sul finire del Settecento. Le fonti raccontano, altresì, che la Cappella custodiva frammenti della Croce e della corona di spine di Cristo. Elementi questi che costituiscono una ulteriore autorevole conferma della grande devozione del popolo napoletano ma suggeriscono anche la grande considerazione ed importanza che rivestiva la Chiesa all’interno della comunità religiosa.
Dopo la visita alla Basilica, il consiglio è di andare alla ricerca del custode per chiedere di accedere al Succorpo. Il che può creare qualche difficoltà ma ne vale veramente la pena, pur di visitare una tra le realizzazioni più interessanti del Vanvitelli, che la definì “Chiesa Sotteranea della S.S. Annunziata”. Si tratta in effetti di un ambiente completamente distinto dalla Basilica, concepito e realizzato dall’illustre artista per consentire le celebrazioni religiose durante il restauro della Chiesa conseguente all’incendio del 1757.
All’apertura del pesante portone in legno appaiono solo alcuni gradini che affondano nell’oscurità più assoluta, ma appena il custode accende le luci (gesto, ahimè, che conferma che questo tesoro non è di norma accessibile ai visitatori), appare allo sguardo la perfezione di un piccolo ambiente sotterraneo a pianta circolare, posto in asse con la cupola della sovrastante Basilica, così raccolto, pieno di pace e immerso nella penombra che pare ispirare le atmosfere mistiche degli incontri dei primi cristiani. Le decorazioni che adornano la Chiesa sotterranea sono di grande pregio e provengono principalmente dall’arredo della antica Chiesa distrutta dall’incendio del 1757, utilizzate dal Vanvitelli con l’intento di mantenerne viva almeno in parte la testimonianza. Di particolare interesse artistico la Madonna col Bambino del 1470 di Domenico Gagini (1420c.a.-1492) collocata sull’altare principale e il rilievo raffigurante il Battesimo di Cristo dello scultore fiesolano Andrea Ferrucci (1465-1521 ca.), collocato sull’altare di fronte.

DSC03546DSC03545

 

Quando risali le scale del Succorpo illuminate appena dalla fioca luce delle lampadine e ti ritrovi all’esterno, la luce del sole ti acceca e impieghi un po’ di tempo a riabituarti, così mentre ti fai schermo con le mani ti ritrovi a guardarti intorno nell’antico Cortile monumentale mettendo a fuoco attorno a te le alte mura e la elegante fontana di pietra centrale, ove i pesci rossi nuotano svelti come fiammelle nell’acqua verdognola, tra pesanti cespugli di muschio. E in un attimo ti ritrovi indietro nel tempo, tendi l’orecchio e ti sembra di sentire risate argentine di bambini e il rumore di passi svelti che si rincorrono, ti pare addirittura di vedere qualche faccino fare capolino dalle finestre.20151227_110105_HDR
La Real Casa dell’Annunziata fu istituita ai primi del 1300 sotto l’egida del re Roberto d’Angiò, ma è grazie alla regina Sancha di Majorca, seconda moglie del re, che nel 1343 sorse il nuovo complesso che comprendeva la chiesa, l’ospedale, l’ospizio dei trovatelli e il conservatorio delle esposte (ove le ragazze povere e/o prive di famiglia venivano internate per “conservarne” la virtù).
20151227_103715Al 1601 risale il più antico documento che attesta l’immissione di un bambino nella Ruota. Al 1875 – dopo oltre due secoli – risale la sua chiusura definitiva. Nel corso di questi due secoli, la Santa Casa (che già dal 1400 dava rifugio ai trovatelli) accolse migliaia di piccole creature lasciate nella “ruota”, una struttura composita che aveva il suo nucleo in un cilindro ligneo che consentiva di accogliere all’interno i neonati che venivano introdotti da una porticina d’accesso collocata in strada, all’esterno della Real Casa, celando l’identità di chi, principalmente le madri, vi si recava perché costretto ad abbandonare i pargoli.
Al locale della Ruota, di recente restaurata, si accede da uno dei lati del Cortile monumentale, accanto al Portale marmoreo che costituiva l’ingresso alla Santa Casa (oggi chiuso per restauro).
20151227_103802La Stanza è di pochi metri, coperta di piastrelle, con un semplice lavabo collocato sulla destra, senza ornamenti e priva nel complesso di particolare pregio artistico. Su tutto campeggia la struttura lignea che accoglie la ruota, posta sul fondo della stanza. Eppure l’ingresso in questo ambiente angusto, spoglio, poco illuminato, non lascia indifferenti. Ti assale un misto di sorpresa, di desolazione, di tristezza al pensiero dei piccini che fuoriuscivano da quel “ventre” ligneo come fosse stata una seconda nascita, per entrare nella loro nuova vita nell’Istituto. Una vita che per la maggior parte di loro costituiva una salvezza ed una speranza, una fuga da un’esistenza di stenti o, quel che è peggio, da morte certa.
Diverse le loro storie, che pur nell’anonimato che li accompagnava, era possibile ricostruire dai “corredini” che portavano i bambini, talora costituiti da pochi oggetti, talaltra dalla sola coperta che li avvolgeva (tutti comunque conservati a tutt’oggi negli archivi della Real Casa). Intuibile era prima di tutte la condizione sociale di provenienza: essere avvolti in una coperta di tessuto pregiato o in un umile cencio bastava, infatti, a fare la differenza tra chi proveniva da famiglie agiate e chi da famiglie indigenti. Questo spesso significava anche intuire le ragioni dell’abbandono che, nel caso delle famiglie povere, erano da ricondurre per la maggior parte alle ovvie difficoltà di vivere una vita di miseria, mentre nel caso delle famiglie agiate affondavano le radici in più complesse vicende di successioni, di primogeniture o di unioni illegittime, che spesso si consumavano tra persone appartenenti a ceti sociali differenti. Diverso, forse, anche lo stato d’animo di chi li abbandonava. Alcuni bambini recavano con loro lunghe lettere in cui le madri davano disposizioni sul loro battesimo, sul loro nome, e speravano – quando i tempi fossero stati migliori – di venire a riprendere i figli; altri portavano pezzi di medaglioni o pezzi di immaginette sacre da ricongiungere in un lontano futuro con le altre estremità staccate, gelosamente conservate da madri straziate fino al momento del loro fatidico incontro. Altri, come detto, non recavano nulla con loro se non la coperta che li avvolgeva.
Tuttavia, una volta fuoriusciti dalla Ruota, tutti questi bambini erano accomunati dal medesimo destino di abbandono, che li portava ad essere “esposti”, senza protezione se non quella della Madonna e, quindi, “figli della Madonna”, “figli dell’Annunziata” e, allora, tutti fratelli. Esposito, Degli Esposti, Sposito, Nunziata, Annunziata, cognomi che restano a testimonianza di questo legame, di questo vincolo di parentela nato come ideale e divenuto reale.
Basterebbe riflettere sulla diffusione di questi cognomi o pensare al fatto che, nell’immaginario comune, il napoletano tipico ha per nome Gennaro (come il Santo protettore della città) e per cognome Esposito per comprendere l’enorme portata del problema dell’abbandono dei bambini (espressione di piaghe ben più profonde che affliggevano la città di Napoli in quei secoli) e comprendere al contempo la grande funzione sociale svolta dall’istituzione della Real Casa dell’Annunziata.
Eppure, non riesci a non pensare al senso di abbandono e alla malinconia che dovevano spesso accompagnare i bimbi nella loro crescita e segnare per sempre le loro vite, lontano dagli affetti. Stati d’animo che sono resi egregiamente nel dipinto dell’artista Gioacchino Toma (Galatina 1836 – Napoli 1891) intitolato “La guardia alla ruota dei trovatelli”.

la guardia alla ruota dei trovatelli

L’artista, tra i maggiori esponenti della pittura dell’Ottocento napoletano, aveva provato in prima persona l’esperienza di un’infanzia infelice tra ospizi per trovatelli e conventi. Nell’opera – che raffigura due donne che riposano durante la guardia notturna, in attesa dell’arrivo di qualche neonato abbandonato nella ruota, che campeggia sulla parete di fondo della stanza – l’autore è riuscito a trasmettere il senso di miseria e nel contempo di profonda commozione che egli associava all’abbandono di quelle anime innocenti.
Toccante anche l’esperienza del grande Vincenzo Gemito (Napoli 1852 – Napoli 1929), illustre disegnatore, scultore e orafo napoletano, nonché “figlio dell’Annunziata”, abbandonato secondo le cronache il giorno dopo la sua nascita. Come non ricondurre infatti la scelta frequente di soggetti giovanili nelle sue opere, ma soprattutto l’inquietudine e la malinconia che lo condussero poi al crollo mentale, anche alle ferite di un’infanzia infelice?
Dopo tanta emozione, il consiglio è quello di concludere la visita raggiungendo l’esterno della Real Casa dell’Annunziata e di soffermarsi lungo Via dell’Annunziata dinanzi al pertugio ormai murato dove è incisa la data della chiusura definitiva della ruota, “27 giugno 1875”.

DSC03551

E’ proprio qui che il cerchio si chiude, ricongiungendo la struttura al quartiere, il passato con il presente, come un anello ideale e indissolubile che costituisce la vera essenza della Real Casa dell’Annunziata, una struttura che ti colpisce con la inaspettata bellezza artistica e architettonica, ma diventa indimenticabile per l’esperienza umana semplice ma intensa che si cela tra quelle spesse mura.

Periferie Felix: una rubrica sulla bellezza periferica

di Elvira Sessa

Con l’articolo “Casal di Principe e la sua dissidente, faticosa bellezza“, l’Associazione Felix ha deciso di inaugurare, sul suo blog, una rubrica che racconta dei tesori artistici, ambientali, culturali racchiusi nelle periferie Campane, intendendo per tali tutti quei luoghi economicamente e socialmente marginalizzati.

Convinti che è da questi luoghi che deve partire il “riscatto” della nostra Regione, raccogliamo la sfida di Italo Calvino (“Le città invisibili”): “Due modi ci sono per non soffrire.Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”

Seguiteci in questo viaggio. Ogni Vostro suggerimento sarà benvenuto.

Buona lettura

Quando la scrittura si fa “pittura della voce”: i Muri d’Autore

Intervista a Valeriano Forte

Maria Cristina Folino

La rinascita artistica del cuore di Salerno parte dalla Fondazione Alfonso Gatto. Sì, perché ad oggi sono ben pochi gli enti e gli incubatori capaci di fare innovazione e diffondere cultura allo stesso tempo: lo dimostra il progetto “Muri d’Autore”, di cui abbiamo deciso di parlarvi perché ideato con lo scopo di diffondere, attraverso parole e immagini, i versi immortali del grande poeta salernitano Alfonso Gatto – cui la Fondazione costantemente s’ispira per importanti ed originali manifestazioni a sfondo culturale, artistico e teatrale. Noi di Felix ve lo raccontiamo attraverso le parole del curatore di questa splendida iniziativa, Valeriano Forte (anch’egli poeta affermato e organizzatore di eventi culturali di carattere nazionale ed internazionale).doc 5

Cosa è “Muri d’Autore” e quando nasce?
Il progetto, promosso dalla Fondazione Alfonso Gatto, nasce nell’ottobre dell’anno scorso a Salerno – città del poeta omonimo – con il primo “seme” piantato nel Vicolo della Neve, in pieno centro storico, attraverso le poesie stampate su materiale cartaceo ed appese sui muri del Vicolo. In seguito, sotto la direzione artistica del maestro GreenPino (alias Pino Roscigno) e di Alice Pasquini (street artist di fama nazionale), il progetto si è trasferito presso la Scala dei Mutilati, dove non lo chiamavamo ancora “Muri d’Autore”, ma dove, a poco a poco, stavamo preparando la città ad accogliere un’iniziativa destinata ad unire poesia ed ambiente urbano attraverso un processo di riqualificazione dei luoghi. Non si tratta di un contest di street art, come alcuni hanno erroneamente inteso, ma di un vero e proprio progetto di carattere sociale, che si è espanso fino al vicolo di S. Bonosio (presso via Mercanti, nelle vicinanze dell’Arco Catalano). Anche qui i muri sono stati ricoperti di opere di street art e versi poetici, che i passanti si fermavano ad ammirare e fotografare. In quella occasione abbiamo capito che la potenza di quest’illusione era viva e reale, e poteva contribuire alla diffusione della poesia.

Dove si trova, quindi, il vero “nucleo urbano” di questa rinascita?
Il progetto coinvolge tutto il centro storico di Salerno, ma anche le aree periferiche o, per meglio dire, le “periferie in pieno centro” che si sono venute a creare in quartieri dal forte degrado architettonico. La Fondazione ha aperto un workpoint in via Mercanti, proprio nel vicolo di S. Bonosio, dove necessariamente la poesia non è soltanto quella contenuta nei libri a disposizione dei visitatori, ma diventa arte che trasuda su tutti i muri e che noi proponiamo in modo leggero all’osservatore.

Qual è stato l’esperimento più importante portato a termine con “Muri d’Autore”?
Abbiamo portato il progetto anche nella zona delle Fornelle, un quartiere che molti degli stessi salernitani non avevano mai visitato, cercando di preparare i vari interventi succedutisi nel quartiere con tempo e pazienza, e partendo con una piccola opera curata da GreenPino sui gradoni vicini alla casa di Alfonso Gatto. Non volevamo parlare al quartiere con arroganza, ma introdurre quello che, a poco a poco, sarebbe diventato un grande progetto di riqualificazione – pur mantenendo i piedi ben saldi a terra, in quanto non finanziati dalle Istituzioni – e destinato ad offrire il suo tributo per la celebrazione del ruolo-chiave della Donna e della Scuola Medica Salernitana all’interno del nostro territorio. Lo dimostrano i Murales delle Signore, che ritraggono le donne del quartiere fotografate e poi dipinte lungo una superficie di 15 metri, e le scritte in varie lingue (dialetto napoletano, ma anche spagnolo, inglese, francese) che cercano di parlare dritto al cuore degli osservatori, da qualsiasi luogo essi provengano.

Un progetto permanente, dunque, destinato a sorprendere ancora lo sguardo e la mente dei cittadini. Prossime iniziative in programma?
Domenica prossima (14 febbraio 2016) nella “rotonda” di piazza Flavio Gioia, alle 11, festeggeremo San Valentino (come già proposto l’anno scorso) attraverso il “Percorso poetico dell’Amore”, portando la musica del fisarmonicista Carmine Joanna e la teatralizzazione di alcune letture a cura di Flavia d’Aiello; parleremo di amori impossibili e tragici ispirati alla storia salernitana, il tutto grazie anche alla sensibilità del Comune che ci offre la possibilità di allestire l’evento.

doc 1
Voltaire diceva che «la scrittura è la pittura della voce». Potremmo considerarlo il messaggio nascosto dai “Muri d’Autore”?
La scrittura è certamente, come la pittura, una delle tante forme che la poesia può utilizzare per comunicare quella che è la Vita, ovvero il racconto della vita. “Muri d’Autore” è un progetto innovativo totalmente autofinanziato dai cittadini e da tutti coloro che credono nella bellezza della poesia. In questo modo, cerchiamo di combattere la povertà culturale, sociale e artistica donando forme e colori alla città.

Ringraziamo, quindi, la Fondazione Alfonso Gatto e Valeriano Forte per averci illustrato questa bellissima iniziativa che vi consigliamo di supportare, se volete, partecipando al progetto di crowdfunding disponibile al seguente link: http://www.alfonsogatto.org/muri-d-autore/; in questo modo potrete lasciare anche voi, con un verso, un po’ di bellezza nel mondo.

Casal di Principe e la sua dissidente, faticosa bellezza

Elvira Sessa

Possono venti opere d’arte dichiarare guerra alla camorra?

I numeri della mostra “La luce vince l’ombra. Gli Uffizi a Casal di Principe”, svoltasi dal 21 giugno al 13 dicembre scorsi nel feudo del “clan dei Casalesi”, sembrano dire di sì.

Con circa 38.000 visitatori, di cui oltre 20 mila studenti, 50 scuole e 50 partners coinvolti ed 80 giovani volontari – casalesi e dei comuni limitrofi – designati come “Ambasciatori della Rinascita”, ossia come portavoce di un riscatto che parte dalla cultura, Casal di Principe ha lanciato la prima forte sfida contro il suo destino.11.Pacecco De Rosa, Venere e Satiro, Na Capodimonte

Tutto nella mostra – curata da Antonio Natali, Marta Onali, Fabrizio Vona e prodotta da First Social Life – parla di contrasti. A partire dall’allestimento: i capolavori sono stati ospitati in una villa confiscata al boss Egidio Coppola (detto, ironia della sorte, “Brutus”) ora dedicata al concittadino don Peppe Diana, sacerdote assassinato dalla camorra sul sagrato della sua chiesa nel 1994.

Provengono dal Museo di Capodimonte di Napoli, dalla Galleria degli Uffizi di Firenze, dalla Reggia di Caserta e dal Museo Campano di Capua e recano la firma di artisti che vanno da Artemisia Gentileschi Lomi a Mattia Preti, da Luca Giordano a Battistello Caracciolo, spaziando da Andy Warhol alle sculture precristiane romane delle Madri di Capua.

Il primo dipinto del percorso espositivo, “Il Concerto”, una delle maggiori opere di Bartolomeo Manfredi, irrimediabilmente polverizzata da un ordigno esploso agli Uffizi nella notte tra il 26 e il 27 maggio del 1993 in un attentato di stampo mafioso, fa venire in mente le parole dell’autobiografia “Prima che IMG-20150618-WA0005sia notte” di Reinaldo Arenas, lo scrittore e poeta cubano che ha combattuto il regime castrista con le armi della penna e del bello, subendo torture e carcere: “La bellezza, in un sistema dittatoriale, è sempre dissidente, perché le dittature sono di per sé antiestetiche, grottesche. Praticare la bellezza è per i dittatori e i loro scagnozzi un atteggiamento reazionario”.

Questa bellezza contrastata e inquieta prorompe nei chiaroscuri delle pieghe del volto della vecchia nel dipinto “Salomè” del Battistello, nella pelle levigata e perlata di Venere contrapposta a quella del ruvido Satiro nell’opera di Pacecco De Rosa, nella sensualità della spalla scoperta della mamma che assiste all’orrore della morte del figlio nell’opera “La Strage degli innocenti” di Stanzione, nella mano che, nella copia dal Caravaggio de “L’incredulità di San Tommaso”, scava feroce nel costato 17.Massimo Stanzione, Strage degli Innocenti, Na Mus. di Capodimontedi un Cristo sereno e luminoso.

Con questa iniziativa, il comune di Casal di Principe, “terra di punizione” già nel suo nome – che sembra derivi dal casale dove, sul finire del XV secolo, quando era terra malsana e acquitrinosa, era stato confinato il principe d’Ungheria per punirlo dell’ attentato alla vita del padre – si ribella a chi lo vorrebbe affossato per sempre, proponendo un nuovo modello economico della conoscenza che coinvolge banche e imprese (quali Coop Italia, Unipol, Fondazione Unipolis, Banca Monte Paschi di Siena, Aletheia, Centro Commerciale Campania), il mondo della cultura e della politica (dagli Uffizi alla collaborazione con il Soroptimist International d’Italia, l’Associazione Amici degli Uffizi, la Seconda Università di Napoli e del Comitato don Peppe Diana).

Il percorso di rinascita è tutto in salita, come sottolinea Alessandro De Lisi, responsabile culturale di “R-Rinascita”, il progetto di start up sociali in cui si inserisce l’iniziativa: “In un comune di ventimila abitanti, ben ottomila casalesi sono venuti a vedere la mostra.” e poi aggiunge con rammarico: “Siamo soddisfatti, si, ma solo parzialmente. Si vergognino quelli che non ci sono!”

Già Calvino ne “Le città invisibili”, invitava a non abbassare la guardia: “Due modi ci sono per non soffrire.Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”

 

Intimiditi, isolati, collusi, reticenti: ecco l’identikit dei giornalisti in Campania nell’inchiesta parlamentare sui rapporti tra mafia e informazione

I dati 2015 forniti dalla Commissione Parlamentare Antimafia ci collocano al secondo posto in Italia per numero di minacce ai danni dei giornalisti; fa da contraltare lo sviluppo di un “mercato giornalistico editoriale” messo in piedi da organizzazioni mafiose e che vive soprattutto sul web 

di Elvira Sessa

Con i suoi 20 episodi di minacce ai danni dei giornalisti dall’inizio del 2015, la Campania si colloca al secondo posto della classifica delle regioni italiane più a rischio per la libertà di stampa. Al primo posto spicca il Lazio con 26 episodi, seguono, al terzo, la Puglia e la Lombardia con 18.foto

È questo il quadro che emerge dalla relazione dell’on. Claudio Fava, approvata lo scorso 5 agosto dalla Commissione Parlamentare Antimafia (clicca qui per il testo integrale, per la Campania v. in particolare da p. 33 a p. 38).

La relazione espone i risultati dell’inchiesta condotta dalla Commissione Parlamentare Antimafia sui rapporti fra mafia e informazione da luglio 2014 a luglio 2015, con 34 audizioni di esperti e di giornalisti che hanno subito intimidazioni, minacce e ritorsioni a causa del loro lavoro.

Nella nota metodologica del rapporto si legge: Il piano di lavoro del Comitato ha inteso mettere a fuoco soprattutto alcuni profili: le diverse modalità in cui si manifesta la violenza o l’intimidazione nei confronti dei giornalisti; la molteplicità di cause, riferibili immediatamente alle organizzazioni criminali o legate ad altri soggetti (esponenti delle comunità politiche, gruppi di potere economico o finanziario), che pretendono il silenzio sui loro legami collusivi; le conseguenze degli atti di violenza o di intimidazione sulla qualità complessiva dell’informazione (l’isolamento dei giornalisti minacciati, l’autocensura delle vittime, le censure imposte dagli editori o dai direttori); la diffusione geografica del fenomeno, con un’attenzione particolare ai territori in cui queste conseguenze (silenzi, isolamento, censure e autocensure) si manifestano in modo più evidente; la sostanziale invisibilità di questa violenza, diffusa ma spesso ignorata o minimizzata dagli stessi organi di informazione (per distrazione, per rimozione o per convenienza); il caporalato giornalistico e la marginalità professionale della maggior parte delle vittime (freelance, lavoro nero, pagamenti a cottimo a tariffe indecorose) che le rende particolarmente deboli di fronte agli atti di intimidazione. E che rappresenta il più sottile tra i tentativi di condizionamento (…)”

Dall’inchiesta emergono le due facce del rapporto tra mafia e informazione: a fronte di giornalisti giovani, motivati, scrupolosi, quotidianamente a rischio e senza contratto, vi è in Campania un vero e proprio “mercato giornalistico editoriale” creato dalla malavita e difficilmente stanabile per la sua natura magmatica, e non solo per questo. Lo ha chiarito Antonio Polito, già direttore del Corriere del Mezzogiorno, ascoltato in audizione il 19 novembre 2014: “C’è stata, contemporaneamente, una crisi delle organizzazioni editoriali tradizionali, cioè quelle gerarchizzate… un direttore, un vicedirettore, un redattore capo, avvocati a cui rivolgersi in caso di bisogno. Oggi aprire un blog, una radio locale, una televisione locale è la cosa più facile al mondo. Può farlo chiunque, figuratevi se non può farlo un potere criminale più o meno forte. Dal punto di vista industriale, quindi, la possibilità è molto maggiore. […]Aggiungo che anche dal punto di vista culturale il fatto che la società meridionale, non dappertutto ma soprattutto in alcune zone, è intrisa di rapporti con l’illegalità rende perfino esistente un mercato giornalistico editoriale per questo tipo di informazioni. Immagino che andremo sempre più verso forme di informazione dedicate a una nicchia: la società camorristica è una nicchia di un certo peso nella realtà sociale del nostro Mezzogiorno. Oggi, alcuni comportamenti mafiosi sono addirittura dei modelli sociali. È fuori discussione che, per esempio, nella città, nella zona di Napoli la subcultura camorristica abbia penetrato il mainstream culturale”.

Buona lettura.

La Carovana dei Libri: il coraggioso progetto di Jamila, libraia di Marrakech

IMG_0405[1]

Ce lo racconta Sabrina Maio di ritorno dall’avventura tra montagne e deserto del Marocco

di Sabrina Maio

Diverso è il silenzio in un’oasi, in special modo nelle ore notturne, quando anche le cicale hanno smesso di frinire e si rimane soli  con un silenzio che impatta come il velluto. È un silenzio pesante che narra di venti che trasportano sabbia  tra le palme, e che solcano le montagne e le valli sconfinate del Marocco. Taghjijt è lì, in un’oasi elegante ed accogliente, colma di fiori e palme. Per arrivarci si attraversano le vallate e le montagne del sud ovest del Marocco, zona semidesertica, meno battuta dal turismo di massa che lasciamo ad Agadir col suo oceano, e che ci si presenta invece con la sua terra aspra popolata da arbusti di argan e da sparuti greggi. Per arrivare a Taghjijt si percorre una route lunga e polverosa,  infinita all’orizzonte, che taglia in due le vallate desertiche, dal color lillà per i piccoli fiori di tale colore che riescono a nascerci e sopravviverci, contornate dalla corona di montagne marocchine dal tipico color ocra. Sono ore di cammino solitario, dove al di là delle greggi di capre e dromedari, allo stato brado, si riesce ad intravedere ogni tanto un uomo che vi vaga, apparentemente senza senso, o qualche donna che cerca riparo all’ombra di qualche grande masso. Il villaggio si snoda tra interstizi di oasi ricca di palme, che dà il benvenuto già al suo ingresso, ed agglomerati di case, dove brulica la vita di tutti i giorni tra le botteghe ed i cafè, dove, assiepati, sostano in un apparente eterno gli uomini di Taghjijt che dispensano in modo accorato un bienvenue  al minimo accenno di Salam Aleikum. La strada principale è solcata da furgoncini, motocicli e dai tanti tipici carretti marocchini, ma soprattutto dalle tante biciclette dei ragazzi che vanno a scuola. Loro sono la testimonianza della grande vitalità presente nel villaggio. L’occasione di incontro è la Caravane des LivresL’idea è nata dieci anni fa a Jamila Hassoune , libraia e scrittrice di Marrakech, che grazie ad uno spirito lucido e determinato ha portato avanti  il progetto di distribuire lei stessa i libri presso le comunità rurali in Marocco, in cui l’esigenza della lettura, probabilmente è la meno avvertita al cospetto di problematiche di vita più impellenti. La lungimiranza della Hassoune è consistita proprio in ciò, nel comprendere che al discorso di diffusione della cultura e, ancor di più, nell’instillare la voglia di leggere e sapere di più,si lega indissolubilmente il processo di crescita democratica del suo Paese. E come per tutte le grandi visioni, anche dietro questa di Jamila serpeggia  un immenso amore verso il suo popolo e verso i suoi libri, raccolti ed esposti nella sua libreria nei pressi dell’Università di Marrakech. Come per le altre edizioni la Carovana, con tutti i suoi partecipanti, stranieri per lo più, oltre a portare i libri nelle scuole, ha promosso dei laboratori e dibattiti dai vari contenuti, cercando di entrare in profonda sinergia con i ragazzi e con gli abitanti del luogo. Operazione anche in questa occasione riuscitissima, grazie all’intelligenza spigliata dei ragazzi, all’apporto dei professori e delle associazioni locali che sono state enormemente accoglienti. I ragazzi hanno partecipato attivamente ai vari laboratori a loro proposti, dalla fotografia, alla redazione di articoli e giornali, alla leadership…comunque sempre il tutto incentrato sul discorso dei libri e della diffusione di cultura. I libri raccolti e portati dalla carovana di Jamila Hassoune sono stati donati ai ragazzi ed alla biblioteca delle scuole che hanno potuto così consultarli ed amarli, o imparare ad amarli. Saranno un seme dalla cui pianta potrà nascere o crearsi chissà un futuro migliore per qualcuno di loro. Sarà una finestra che si apre sul mondo, o meglio ancora un passaporto perché cultura e lettura consentono di essere veramente liberi.

Le scuole di Taghjijt sono distribuite in più edifici, divisi, tra i vari gradi d’istruzione, da un enorme atrio polveroso, assolato, in cui spiccano, a contorno dei viali che si intersecano a labirinto, le onnipresenti palme. È un viavai di ragazzi e di professori che ci vengono incontro incuriositi e vagamente intimiditi. Portare libri, oggi, nelle scuole sembrerebbe un’impresa da Don Chisciotte , dato che anche i ragazzi di Taghjijt sono affacciati sul mondo tramite i vari social network e, probabilmente, sono poco disposti alla lettura dei classici della letteratura francese o araba, come i nostri ragazzi. Ma, a ben vedere, chiacchierando con loro, la maggior parte desidera diventare insegnante e viaggiare, conoscere l’ Europa, per cui la conoscenza dei libri e della letteratura diventa indispensabile. Un ragazzo, ad esempio, conosceva Il Principe di Machiavelli, oltre ad altri filosofi europei e me ne parlava, felice di farmi contenta, nominandomi uno scrittore italiano, mentre sfogliavamo insieme testi di Binebine e di Camus. Con un professore di francese abbiamo disquisito di Pasolini e Moravia che conosceva bene. Un ragazzo era rimasto colpito ed emozionato da Bel Ami di Maupassant. Una ragazza dolcissima nel suo elegante abito sahrawi mi ha scritto più volte il suo nome su un quaderno, in perfetta calligrafia araba. Altre ragazzine curiosissime mi hanno invaso di richieste di traduzioni delle loro parole in italiano, conservando poi religiosamente le frasi, forse per poterle spendere in un eventuale rapporto epistolare oltre il Mediterraneo. Molti di loro sono figli di immigrati in Italia e Spagna, ritornati in patria a seguito della crisi e per niente scontenti di ciò. E vivendo con loro in quei giorni, adottandone lo spirito, ne ho compreso e condiviso profondamente anche i motivi. Nei loro sguardi dolci e divertiti al contempo, trapela un enorme curiosità che non sfocia mai in insolenza. Anzi il desiderio maggiore da parte di tutti è di farti essere parte completa del loro mondo. Onorati nell’accoglierti presso la propria dimora, nel farti mangiare il loro cibo con le loro modalità,  nel condividere il lungo rito del tè, accomodati sui cuscini sul pavimento, a raccontarsi le fatiche della giornata passata, sghignazzando sui vari racconti di vita. E si comprende così che la vita è uguale per tutti, a tutte le latitudini, le storie e le esperienze si ripetono. Probabilmente con modalità ed aspettative diverse,  la vita in un contesto rurale è molto meno sovrastrutturata e più vicina ad un concetto puro ed ancestrale di essa. Si vive perché vivere è un dono e lo si fa con immensa gioia perché ogni aspetto di vita, dal più doloroso al più gaio, ne dispensa tanta: la gioia dello stare insieme, del cantare e suonare i ritmi berberi, sopraffatti e storditi dal battere dei tamburi e dal vortice dei loro balli; il vivere ancora in famiglie vaste, in cui tutti danno il loro contributo in termini di attenzione e dedizione all’altro; la cura e l’abbellimento di sé dalla scelta delle stoffe colorate con cui adornarsi al disegno degli occhi con il Kajal e l’henné sulle mani ed i piedi. È ovunque un richiamo alla vita nella sua essenzialità, ma soprattutto nel suo trovare corpo nella dimensione della tribù in un’oasi fertile. Lo è persino per les nomades che accampano con le loro tende nei dintorni, cosi come le due ragazzine  del loro clan conosciute, di età indefinibile e di cui neanche loro ne erano a conoscenza, accorse paradossalmente per dieci minuti di ricarica del loro cellulare dalla nostra auto ferma nel deserto…

Le riflessioni che hanno affollato la mente e le emozioni sono state tante.

Di sicuro è stata l’occasione per vivere uno spaccato di vita che riporta indietro in un’epoca che la mia generazione non ha conosciuto e che ci è stata raccontata da quelle precedenti. Potrebbe sembrare anacronistica, e per certi versi reazionaria, l’osservazione, in chiara contrapposizione gattopardesca, che mi ha indotto a ritenere che probabilmente non dovevamo cambiare nulla per cambiare tutto nella nostra esistenza e recuperare cosi quella dimensione umana che ci spettava.

 

Professione: wedding writer

Intervista a Paolo Di Mauro, romanziere di matrimoni 

di Maria Cristina Folino

Paolo Di Maurimmagineo è uno scrittore anomalo. Innanzitutto, non è affatto sedentario, come vorrebbe il luogo comune spesso attribuito ai suoi colleghi di penna, ma nella vita si batte per i più deboli, lavorando nei centri sociali e occupandosi di progetti destinati a bambini e disabili. Trentenne, originario di Cava de’ Tirreni, in provincia di Salerno, ha scoperto la sua passione per la scrittura circa 8 anni fa. Ha conseguito un Master di Scrittura cinematografica e Sceneggiatura, ma poi la sua vita ha preso un’altra strada. Ha capito di essere bravo a raccontare le emozioni altrui, scoprendo una professione che gli consente di monetizzare questo talento: il wedding writer, ovvero il narratore dei matrimoni.
Ma non solo: attraverso il sito http://letueemozioninarrate.com/ ha già ottenuto richieste per feste di pensionamento e compleanni, e non intende fermarsi qui. Di seguito vi presentiamo, attraverso le sue parole, un’idea unica nel suo genere.
Puoi spiegarci com’è nata questa originalissima idea?
È nata su suggerimento di alcuni amici che amano leggermi e mi hanno ulteriormente incentivato a percorrere questa strada, poiché sanno che ho una grande passione per la scrittura e che riesco a scolpire nella memoria, come anche nelle parole, le emozioni percepite. Mi sono informato, e ho scoperto che la figura del wedding writer è molto rara, al momento, in Italia: così ho deciso di rendere questa mia passione una professione, raccontando nel mio stile le emozioni provate dai committenti durante l’evento e anche nella fase di pre-evento.
In che modo ti prepari a raccontare? Su cosa ti basi per scrivere la storia dell’evento?
Se si tratta di un matrimonio mi faccio raccontare dagli sposi la loro storia d’amore (come, dove, quando è nata) e partecipo di persona a cerimonia e ricevimento. Durante il banchetto raccolgo le testimonianze degli invitati sugli sposi, gli aneddoti di amici e zie, e così riesco a tracciare un racconto piuttosto fedele all’atmosfera vissuta, creando qualcosa che resta nel tempo e potrà essere sfogliato anche dopo 20-30 anni.
Com’è nata la tua passione per la scrittura? È un’eredità di famiglia?
No, il mio interesse in questo settore è nato spontaneamente; ho studiato discipline letterarie, poi ho seguito un Master in Scrittura Cinematografica e sceneggiatura. Verso i 22 anni ho scoperto che amavo scrivere e attualmente curo anche una rubrica di mini-racconti sul portale Ulisseonline, intitolata “I racconti di Ulisse”.
Il tuo progetto riguarda solo i matrimoni o anche altre tipologie di eventi?
Non riguarda solo i matrimoni: lo scorso settembre, ad esempio, ho lavorato su una festa di pensionamento.
Quali sono i tuoi prossimi progetti?
Per rendere questa mia iniziativa un’attività di lavoro continuativa, sto pensando di stringere, prossimamente, nuovi accordi con alcuni colleghi fotografi, perché la potenza delle immagini non è da sottovalutare e può sicuramente arricchire il ricordo della giornata descritto solo a parole. Inoltre, non smetto mai di dedicarmi alla scrittura e di sperimentare: il 4 dicembre scorso ho presentato a Salerno, presso il Teatro Nuovo, il libro “Le risposte che non ho avuto”, scritto a quattro mani con l’autrice Erminia Cioffi e pubblicato da Il Quaderno Edizioni e presto sarò presente a Cava de’ Tirreni per una seconda presentazione il 17 dicembre.
Nel settore del wedding writing, a tuo avviso, esistono già numerose opportunità e buoni riscontri oppure resta ancora tanta strada da percorrere?
Sicuramente c’è molta strada da fare. È vero, mi sono sorpreso nello scoprire un interesse inaspettato da parte di alcune tipologie di clienti che non credevo si sarebbero mai aperti ad un’idea di business così inusuale; però è importante diffondere sempre più la conoscenza di iniziative simili, perché, oltre alle classiche fotografie, anche le parole possono servire ad imprimere dei ricordi. Come tutti i prodotti originali, quest’idea può essere diffusa solo facendone comprendere il senso al committente.
In che modo le persone interessate possono avere la possibilità di contattarti?
Basta collegarsi al mio sito web ed accedere alla pagina Contatti, dove sono segnalati tutti i miei recapiti: http://letueemozioninarrate.com/contatti/.
Un’ennesima dimostrazione di come la Campania funga spesso da catalizzatore d’idee innovative che costituiscono la prova più tangibile dell’eccellenza dei talenti nostrani.

Vi presentiamo il nostro consulente legale: avv. Luisa Emilia Nusco

Luisa Emilia Nusco è avvocato esperto in diritto civile (con particolare riferimento alla tutela dei diritti dei consumatori), diritto del lavIMG_20140719_215913oro e della previdenza sociale. Dottore di ricerca in diritto dei rapporti economici e di lavoro, ha curato pubblicazioni su diverse riviste giuridiche (Il diritto del mercato del lavoro, Diritti Lavori Mercati, Tutela). Ha lavorato come docente a contratto presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Napoli. E’ iscritta, inoltre, all’Albo Formez come Consulente di II Livello e collabora con Enti pubblici e con un’associazione di tutela dei consumatori. E’ stata scelta dal Consiglio Nazionale Forense per partecipare a corsi di specializzazione (presso l’Università di Kansas City e presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri). Parla e scrive fluentemente in Inglese.

FAQ sul diritto d’autore

Cos’è il diritto d’autore?
Il diritto d’autore è l’istituto giuridico posto a tutela di chiunque crei un’opera d’ingegno a carattere creativo. In Italia, il diritto d’autore è disciplinato in prevalenza dagli artt. 2575-2583 del Libro V, Titolo IX, Capo I del Codice Civile e dalla legge 22 aprile 1941, n. 633 (“Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio”). Tale normativa è stata assoggettata a successive modifiche ed integrazioni volte ad adattare la disciplina prevista ai mutamenti commerciali e tecnologici. Tra le fonti del diritto d’autore si annoverano, inoltre, le convenzioni internazionali nonché le norme di diritto comunitario inerenti la materia.

Quali tipologie di opere rientrano nella tutela riconosciuta dalla disciplina sul diritto d’autore?
Ai sensi dell’art. 1 della l.n. 633/41, sono protette “le opere dell’ingegno di carattere creativo che appartengono alla letteratura, alla musica, alle arti figurative, all’architettura, al teatro ed alla cinematografia, qualunque ne sia il modo o la forma di espressione”.
Nella specie, la disciplina si applica – a titolo esemplificativo – alle seguenti tipologie di opere:
* opere letterarie, musicali, scientifiche, didattiche;
* opere e composizioni musicali, opere drammatico-musicali e variazioni musicali costituenti di per sé opera originale;
* opere coreografiche e pantomimiche, delle quali sia fissata la traccia per iscritto o altrimenti;
* opere della scultura, della pittura, dell’arte del disegno, della incisione e delle arti figurative similari, compresa la scenografia;
* disegni e opere dell’architettura;
* opere dell’arte cinematografica;
* opere fotografiche e quelle espresse con procedimento analogo a quello della fotografia;
* programmi per elaboratore, in qualsiasi forma espressi purché originali quale risultato di creazione intellettuale dell’autore;
* banche di dati, intese come raccolte di opere, dati o altri elementi indipendenti sistematicamente o metodicamente disposti ed individualmente accessibili mediante mezzi elettronici o in altro modo;
* opere del disegno industriale che presentino di per sé carattere creativo e valore artistico;
* opere collettive, costituite dalla riunione di opere o di parti di opere, che hanno carattere di creazione autonoma, come risultato della scelta e del coordinamento a un determinato fine letterario, scientifico didattico, religioso, politico od artistico;
* impregiudicati i diritti sull’opera originaria, elaborazioni di carattere creativo dell’opera stessa (quali, ad es., traduzioni in altra lingua).
Ai sensi dell’art. 5 della l.n. 633/41 non sono, invece, protetti dal diritto d’autore i testi degli atti ufficiali dello Stato e delle Amministrazioni Pubbliche sia italiane che straniere.
Inoltre, nel nostro ordinamento non è garantita tutela giuridica alle idee in quanto tali, che risultano tutelabili solo se ed in quanto sostanziate in un supporto materiale.

Come sorge il diritto d’autore e in cosa si sostanzia?
Il diritto d’autore nasce con la creazione dell’opera d’ingegno. Titolare ne è, dunque, l’autore in quanto creatore dell’opera. Ne consegue che non occorre alcuna formalità per ottenerne il riconoscimento, giacché il diritto nasce con l’opera stessa. Pertanto, obblighi quali il deposito legale non attengono al sorgere del diritto d’autore. E’ prevista la possibilità, in forma volontaria, di depositare l’opera presso una sede della Società Italiana degli Autori ed Editori (SIAE) al fine di ottenere prova certa della paternità dell’opera ed evitare i plagi.
Il diritto d’autore si sostanzia in a) diritto morale e in b) diritto patrimoniale d’autore.
a) Il diritto morale d’autore rientra nella categoria dei diritti della personalità che, per loro natura, risultano indisponibili, inalienabili, imprescrittibili, irrinunciabili.
Rientrano nel diritto morale d’autore:
•    il diritto alla paternità dell’opera;
•    il diritto alla integrità dell’opera;
•    il diritto di correzione delle bozze;
•    il diritto di pentimento.
Alla morte dell’autore il diritto alla paternità e il diritto all’integrità possono essere fatti valere, senza limite di tempo, dal coniuge e dai figli e, in loro mancanza, dai genitori e dagli altri ascendenti e dai discendenti diretti; in mancanza, dai fratelli e dalle sorelle e dai loro discendenti. Ciascuno di essi può agire in assenza del consenso da parte degli altri.
E’ tuttora controversa la riconducibilità al diritto morale ovvero (secondo la dottrina prevalente) al diritto patrimoniale del diritto di inedito.
b) Il diritto patrimoniale d’autore si sostanza in una serie di diritti di utilizzazione economica dell’opera, a beneficio dell’autore. Ai sensi dell’art. 12 l.n. 633/41, l’utilizzo economico dell’opera può avvenire in ogni forma e modo.
I diritti patrimoniali hanno, di regola, durata pari alla vita dell’autore e fino a 70 anni dopo la morte di questi. In particolare, dopo la morte dell’autore, il diritto di utilizzazione dell’opera (salvo diversa disposizione dell’autore ovvero diversa decisione dell’autorità giudiziaria) resta indiviso fra gli eredi per il periodo di tre anni. Decorsi i tre anni, gli eredi possono accordarsi affinché il diritto resti in comunione per la durata da essi fissata. La gestione spetta, in tali ipotesi, ad uno dei coeredi o a persona  estranea alla successione, in mancanza dei soggetti di cui sopra, spetta alla SIAE.
I diritti di utilizzazione economica, a differenza dei diritti morali, possono essere trasferiti oppure, in taluni casi, degradati a diritti a compenso in caso di utilizzazione dell’opera da parte di terzi.
Si annoverano tra tali diritti, in particolare:
•    il diritto di pubblicare l’opera;
•    il diritto di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo;
•    il diritto di riprodurre l’opera in ogni modo e forma;
•    il diritto di comunicare al pubblico l’opera;
•    il diritto di distribuire l’opera;
•    il diritto di tradurre l’opera;
•    il diritto di elaborare l’opera;
•    il diritto di modificare l’opera;
•    il diritto di autorizzare il prestito dell’opera.

Che cosa è il contratto di edizione?
Il contratto di edizione è definito – ai sensi dell’art. 118 l.n. 633/41 – “il contratto con il quale l’autore concede ad un editore l’esercizio del diritto di pubblicare per le stampe, per conto e a spese dell’editore stesso, l’opera dell’ingegno”. Elementi fondamentali di tale tipologia contrattuale sono, quindi:  a) l’accordo inter partes per la costituzione in capo all’editore di un diritto assoluto di pubblicazione dell’opera a stampa; b) l’assunzione da parte dell’editore di un’obbligazione di stampare e distribuire l’opera a proprie spese. il contratto è valido anche qualora il consenso sia stato scambiato senza alcuna particolare formalità. Tuttavia, ai sensi dell’art. 110 l.n. 633/41, la forma scritta è richiesta ai fini della prova giudiziale del contratto. Ne consegue che non è ammessa la prova per testi né per presunzioni (salvo perdita del contratto in assenza di colpa). Tale limitazione opera – chiaramente – con riguardo ai due elementi fondamentali del contratto sopra indicati, e comunque limitatamente alle controversie insorte tra autore ed editore.
Il contratto di edizione è un contratto di durata. A tutela dell’autore quale contraente debole, la normativa applicabile statuisce una serie di limiti inderogabili alla durata del rapporto. Ai sensi dell’art. 119, co. 1, l.n. 633/41, il contratto non può avere una durata superiore a quella residua dei diritti patrimoniali d’autore sull’opera negoziata. Ai sensi dell’art. 122, co. 5, l.n. 633/41, inoltre, per tutte le opere diverse da enciclopedie, dizionari, schizzi, disegni, vignette, illustrazioni, fotografie e simili, opere di cartografia, opere drammatico-musicali e sinfoniche, il contratto non può avere durata superiore a vent’anni dalla consegna del manoscritto completo. La violazione di tale termine comporta la nullità del contratto ex art. 1418 c.c. Ed ancora, ai sensi dell’art. 120 n. 2 della medesima legge, per le opere ancora da creare sulle quali sia prevista la costituzione di un diritto esclusivo, il contratto non può avere durata superiore a dieci anni.
Alla scadenza del termine pattuito l’editore deve cessare la riproduzione e la distribuzione degli esemplari dell’opera già realizzati. Decorsi i termini di durata massima prima ricordati, nulla osta a che le parti pattuiscano in forma scritta la continuazione del contratto per un nuovo periodo di tempo, oppure lo sostituiscano con uno nuovo. Tanto, tra l’altro, al fine di consentire all’autore di rinegoziare ex novo le condizioni della pubblicazione dell’opera anche alla luce di un eventuale successo commerciale.


In quali casi cessa il contratto di edizione sottoscritto tra autore ed editore?

Sono numerosi i casi in cui si verifica la cessazione del contratto di edizione. A titolo esemplificativo si indicano i seguenti casi di cessazione:
* anteriormente alla scadenza del termine fissato tra le parti:
– per mutuo consenso (ex art. 1372 c.c.);
– per esercizio del diritto di recesso convenzionale eventualmente previsto in contratto in favore di una sola delle parti (ex art. 1373 c.c.);
– per recesso penitenziale ai sensi dell’art. 142 l.n. 633/41, che assegna all’autore il cd. “diritto di pentimento” finalizzato al ritiro dell’opera dal commercio qualora «concorrano gravi ragioni morali» ostative dell’inizio o della continuazione della sua pubblicazione;
– per recesso penitenziale ai sensi dell’art. 124 l.n. 633/41, in base al quale nei contratti che prevedono più edizioni è riconosciuta all’editore la facoltà di sciogliersi ex nunc dal vincolo ogni volta che l’edizione in corso vada ad esaurirsi.
* quale rimedio a situazioni di patologia del contratto:
– per inadempimento delle obbligazioni nascenti dal contratto (ex art. 1453 ss. c.c.);
– per risoluzione (anche parziale) del contratto nel caso di inadempimento da parte dell’editore dell’obbligazione di pubblicare (o anche soltanto riprodurre) l’opera entro il termine fissato (ex art. 128 l.n. 633/41);
* per impossibilità sopravvenuta della prestazione:
– per morte o altra causa generatrice dell’impossibilità definitiva per l’autore di portare a compimento l’opera ancora da creare (ex art. 134 n. 3 l.n. 633/41);
– nel  caso in cui l’opera non possa «essere pubblicata, riprodotta o messa in commercio per effetto di una decisione giudiziaria o di una disposizione di legge» (ex art. 134 n. 4 l.n. 633/41);
– per insuccesso dell’opera (ex art. 134 n. 2 l.n. 633/41).
Fermo quanto sopra, valga precisare che il fallimento dell’editore non rientra tra le cause di cessazione automatica del contratto. La normativa assegna, in tale ipotesi, al curatore il termine di un anno dalla dichiarazione di fallimento per decidere di : a) continuare i contratti di edizione in corso nell’ambito di un più ampio esercizio provvisorio dell’impresa editoriale; b) cedere uno o più contratti oppure c) l’intera azienda editoriale; d) non effettuare alcuna opzione, con conseguente cessazione di tutti i contratti (ex art. 135 l.n. 633/41).
E’, inoltre, da ritenersi ammissibile la cessione dell’intero contratto di edizione con il consenso dell’autore, nonché la cessione dei soli diritti di sfruttamento economico dell’opera.

Paestum vista dai “piccoli”. Avventure e disavventure di una piccola casa editrice

Paestum vista dai “piccoli”. Avventure e disavventure di una piccola casa editrice

La Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum è appuntamento atteso da molti addetti ai lavori e appassionati in tutto il mondo, e anche quest’anno ha praticamente fatto il pieno, nonostante la crisi. Un’occasione per informarsi sulle ultime novità dal mondo dell’archeologia preistorica, classica e medievale, libri compresi. Ed ecco dunque presenti le riviste in tema come Archeo, Medioevo, Archeologia viva, le grandi case editrici specializzate come la Giunti.

Image

Si nota, però, l’assenza delle piccole case editrici, che di solito affidano i loro libri alle associazioni per farli conoscere. E lo sa bene Cinzia Rosati, salernitana di origine, ligure di nascita, veronese di adozione, fondatrice e titolare della casa editrice Dielle, specializzata in pubblicazioni sul mondo dell’antichità classica:

«Devo ringraziare il Gruppo Archeologico Salernitano, che ci ha ospitato nel suo spazio. È un problema di tutte le grandi fiere in Italia, anche delle grandi fiere editoriali come quella di Torino: il costo di uno spazio per esporre in genere è molto alto, troppo per una piccola casa editrice come la mia. Quella del viaggio è già una spesa importante, e non è giusto mettere la mia casa editrice, che stampa un libro all’anno, sullo stesso piano di un grande editore che ne stampa 1000.»

La Dielle è una casa editrice giovane, ha solo tre anni, ma ha già collezionato il Premio Qualità alla Rassegna della Microeditoria di Chiari per due anni consecutivi, per la collana “Monete di Roma”.

Image

«Aprire una casa editrice sembra semplice, ma non lo è,» sottolinea Cinzia. «Una volta che l’hai aperta devi farla camminare, e una casa editrice piccola nuota come un pesce rosso tra gli squali, e per giunta questo è un momento difficile per tutti, per colpa della crisi. La Dielle pubblica un libro all’anno, e già questo è un investimento non indifferente».

La scelta della Dielle si può riassumere in tre parole: divulgazione di qualità. «Non mi interessava pubblicare volumi tecnici riservati solo ad una ristretta élite di specialisti della storia o dell’archeologia; così ho puntato ad uno stile innovativo, accattivante ma storicamente rigoroso, che facesse scoprire ad un pubblico più vasto possibile un mondo sconosciuto. La collana “Monete di Roma”, ad esempio, non è composta da manuali di numismatica, ma da biografie che raccontano la storia degli imperatori romani attraverso il verso delle monete da loro fatte coniare: volumi dal taglio semplice e appassionante, un modo diverso e insolito di raccontare la storia dell’antica Roma. E la mia scelta è stata premiata, ricevendo tantissimi feedback positivi. Questo vorrà pur dire qualcosa, no?».

Con la Campania, Cinzia ha un rapporto particolare, anche al di là delle sue origini salernitane: «Le prime istituzioni che hanno richiesto i miei libri sono state quelle campane, e cioè il Museo Archelogico Nazionale di Napoli e gli scavi di Pompei ed Ercolano. Non credo affatto che il problema sia solo della Campania, è l’Italia in generale che sembra soffrire di un disinteresse della cultura, anche se c’è tanta voglia di farla emergere.».

Ricetta di Cinzia per dare una mano alle piccole case editrici? «Basterebbe creare dei poli per i piccoli e medi editori con una fiera tutta per loro al Nord, una al Centro e una al Sud, oppure dedicare, nelle grandi fiere editoriali, uno spazio apposito, alla microeditoria, con costi proporzionati alle loro possibilità e che sia visibile alla pari di quello riservato alle grandi case editrici.»

Federica Garofalo